TECNICA
ANTISHAKE

di Maurizio Capobussi

Non avete il polso fermo e le foto vengono mosse? Ebbene, non importa: lo stabilizziamo noi, dicono i progettisti. Ecco come

I fotografi chiedono che le loro immagini siano perfette. E più esattamente pretendono che siano impeccabilmente nitide. A questo scopo si dichiarano molto esigenti, soprattutto circa la qualità degli obiettivi. Li criticano, a volte aspramente, se non si dimostrano perfettamente definiti. Ma la loro attenzione a volte si perde su altri fronti. Ad esempio, quanti operatori sono ugualmente scrupolosi verso la fondamentale insidia del micromosso, spesso sottovalutato? Ecco il punto sul quale intendiamo soffermarci.
Per fare chiarezza, esaminiamo la questione da una prospettiva più ampia. Diciamo in primo luogo che esiste un equivoco nel quale nessun fotografo deve cadere. In dettaglio: una fotografia può apparire mossa, e perciò non nitida, per due motivi chiave. Anzitutto perché ha tremato la mano dell'operatore nell'attimo dello scatto. In secondo luogo, perché si è mosso il soggetto. Chiariamo: è vero che in entrambi i casi si tratta di "non nitidezza". Ma all'origine dell'inconveniente esistono due vizi diversi. Per ottenere il meglio i rimedi sono differenti.

Non confondersi. La prima situazione è quella legata all'instabilità del polso del fotografo. La soluzione fotografica in tale caso è semplice. Può essere quella di affidarsi ad un treppiede oppure, ed è il tema che oggi vogliamo approfondire, di ricorrere ad un dispositivo stabilizzatore.

Sotto: è palese la differenza con e senza stabilizzatore anche senza osservare il dettaglio al 100%

Il secondo caso è legato alla necessità di congelare il movimento veloce di un soggetto. Qui la soluzione è completamente differente. Infatti è legata soltanto all'assoluta esigenza di scattare con un tempo di otturazione molto rapido. A ben guardare è la condizione base, tipicamente fotografica, che serve per la fotografia sportiva o per quella naturalistica o anche di reportage. È la condizione che serve in tutti i casi in cui occorre congelare un istante, bloccare l'azione. Ci è accaduto, più di una volta, di imbatterci in qualche appassionato di natura che è incorso in questo equivoco. Ci ha mostrato immagini non perfettamente delineate, si è lamentato perché ha scattato ad un capriolo che correva in una radura al limitare del bosco, quasi al crepuscolo, e non è riuscito a fermarlo in modo nitido sulla pellicola. Eppure, ci ha detto, "avevo lo stabilizzatore attivato, non sarebbe dovuto accadere!" Invece è successo e, diciamo noi, giustamente: le virtù dello stabilizzatore non hanno niente a che vedere con la capacità di arrestare un'azione rapida, che è la facoltà riservata invece ai rapidi tempi di otturazione. Lo stabilizzatore è legato strettamente all'esigenza di contrastare le microvibrazioni dell'attrezzatura nel momento della ripresa e, per questo scopo, è efficacissimo.

Evoluzione storica. Se si guarda agli sforzi intrapresi dai progettisti, si scopre che già nel 1985 Canon aveva proposto il suo Vari-Angle Prism. Era una sorta di soffietto, inserito tra due vetri pian-paralleli montati nello schema ottico di uno zoom. Creava un vano riempito con un liquido dall'indice di rifrazione analogo a quello del vetro, con viscosità molto bene bilanciata. Era in grado di funzionare a differenti temperature, da -30 a +80 °C. Dunque era adatto ad operare un po' in tutte le condizioni ambientali di ripresa. Il sistema riusciva a compensare oscillazioni fino a 0.6°. È stato un po' la prima soluzione meccanica escogitata per contrastare automaticamente vibrazioni indesiderate. Negli stessi anni si era fatto notare anche un binocolo Carl Zeiss 20x60, particolarmente attrezzato con prismi montati su bilancieri e, presumibilmente, inizialmente studiato per le esigenze di marinai o soldati a bordo di veicoli cingolati in esplorazione.
Le idee di ricorrere ad una meccanica di alta qualità sono state sicuramente affascinanti, soprattutto quando si trattava di sistemi che non richiedevano un'alimentazione a pile.
Ma non c'è dubbio che esse siano state surclassate da successive evoluzioni progettuali, efficacissime, miniaturizzate, supportate da un'elettronica raffinata.
Così, siamo giunti alle scelte di oggi. Osservando attentamente si nota che tutte le maggiori case costruttrici dispongono attualmente di obiettivi, o fotocamere, dotati di meccanismi contro il micromosso. I nomi adottati sono spesso fantasiosi: dispositivo antivibrazioni, stabilizzatore, Vibration Reduction (VR) secondo Nikon, Image Stabilizer (IS) secondo Canon, Optical Image Stabilizer (Mega O.I.S.) secondo Panasonic, Optical Stabilizer (OS) secondo Sigma, Antishake secondo Konica-Minolta. E così via, secondo la fantasia degli uffici marketing.
In questo campo, tenendo alta la bandiera del suo centro ricerche che anche attualmente deposita più di 1400 brevetti internazionali ogni anno, Canon è stata la prima a stabilizzare alcune ottiche fotografiche. I tecnici hanno percorso una strada molto ambiziosa e lanciato soluzioni che meritano di essere analizzate nei dettagli. L'azienda giapponese infatti ha costruito specifici obiettivi, equipaggiati con un giroscopio interno alimentato dalla pila della fotocamera.

Come funzionano. Quando si preme parzialmente il pulsante di scatto accade che un giroscopio si avvii, ad altissima velocità di rotazione. Diviene super-stabile ed ha il compito di operare come punto di riferimento fisso, nello spazio. Così, succede allora che, quando il polso del fotografo trema, ogni vibrazione della mano contrasti con la collocazione "fissa" del giroscopio e che, in caso di spostamento di questo, si generi una corrente elettrica. Questa viene impiegata per alimentare due speciali elettrocalamite sistemate nel corpo dell'obiettivo: sono quelle che i tecnici definiscono due "attuatori". Esse hanno il compito di spostare, in direzione opposta alla vibrazione, un gruppo di lenti di stabilizzazione, appositamente introdotte nello schema ottico. La soluzione è senza dubbio complessa ma è anche efficace e concettualmente brillante. Ha incontrato molte simpatie fin dal suo primo apparire e, negli anni, è stata applicata su numerosi zoom e qualche supertele di classe professionale.
Canon, dopo avere spadroneggiato incontrastata sul mercato come prima detentrice del metodo, è stata successivamente raggiunta da altri fabbricanti. La compensazione con giroscopio e lenti mobili è stata infatti adottata anche da Nikon, da Sigma e, più recentemente, da Panasonic. A proposito: ultimamente, i progettisti Panasonic hanno comunicato di avere modificato il software di controllo dei loro stabilizzatori. Hanno tarato il sistema in modo da renderlo particolarmente sensibile alla frequenza di 4000 Hz. Dicono che corrisponda alla più comune vibrazione della mano umana e possiamo confermare, per molte prove in prima persona, che lo stabilizzatore è particolarmente efficace anche sulle macchine digitali compatte.
Ultima a calcare la scena è stata Minolta. La casa giapponese, dopo molti studi e difficili tentativi, ha sorpassato tutti giocando una carta estremamente ambiziosa. Ha fatto una scelta che, tecnologicamente, è di sicuro una tra le più difficili da realizzare. Ha infatti stabilizzato non tanto l'obiettivo, una strada che presuppone una riprogettazione dello schema ottico ed il montaggio di un dispositivo antivibrazioni in ciascuna ottica, ma piuttosto, e direttamente, il sensore fotografico delle sue reflex digitali.
Due fotocamere reflex, le Konica-Minolta D7 e D5, si sono così affacciate sul mercato con una proposta straordinariamente brillante. Sostanzialmente, permettono di disporre della stabilizzazione su tutte le ottiche del corredo, rivalutano e in qualche misura rendono moderni gli obiettivi che un fotografo già possiede, non obbligano a provvedersi di obiettivi speciali che siano appositamente realizzati allo scopo.
L'efficacia sul campo. È sufficiente impugnare una reflex con uno zoom o con un supertele stabilizzato per scoprire che alcune fotografie fino a ieri "impossibili" diventano magicamente alla nostra portata. Abbiamo scattato con successo a mano libera, impugnando un 300mm dotato di duplicatore e dunque con un 600mm che avrebbe richiesto l'uso di un treppiede, anche con il tempo di 1/60 sec e sicuramente con un risultato perfettamente soddisfacente.
Disporre di un sistema antivibrazioni, dicono i fabbricanti, permette di rallentare il tempo di otturazione di due o tre valori. Come dire: là dove scattavamo con il tempo di 1/250 sec oggi possiamo azzardarci a fotografare con 1/30 sec. Non è un vantaggio di poco conto.

Qualche fotografo smaliziato, a questo punto, obietterà dicendo che "lo stabilizzatore serve soltanto a chi adopera i supertele". Ci permettiamo di dissentire vigorosamente. Ci spieghiamo. Soprattutto adoperando fotocamere digitali compatte accade spesso che, per la stessa natura delle macchine, l'inquadratura sia eseguita tenendole lontano dal viso. Ci si espone quindi ad un evidente rischio di mosso e lo stabilizzatore è d'aiuto. Ma c'è di più. I fotografi esperti sanno bene che, adoperando ottiche grandangolari e cioè di corta focale, l'effetto di ingrandimento si riduce ma, nello stesso tempo, si riducono i rischi di mosso. I reporter adoperano disinvoltamente ottiche da 21mm, che coprono angoli di oltre 90°, con tempi di otturazione anche di 1/15sec o di 1/8 sec, normalmente con successo. Ebbene: le compatte digitali, proprio perché dispongono di sensori di piccole dimensioni, sono equipaggiate con obiettivi di focale corta, anche se non cortissima. Sono adatte ad essere impiegate facilmente in riprese a luce ambiente, senza flash, ma in questo caso i loro automatismi impostano inevitabilmente tempi di otturazione piuttosto lenti. I valori di 1/20 sec o 1/15 sec non sono l'eccezione ma spesso la regola, nelle riprese d'interni. Ebbene, quando dispongono di un dispositivo antivibrazioni hanno una marcia in più: il fotografo ha una stabilità paragonabile a quella che avrebbe scattando ad 1/60 sec (anziché ad 1/15 sec). Oppure, a parità di rischio di mosso, potrà azzardarsi a scattare anche con tempi di 1/4 sec (anziché 1/15 sec), riuscendo ad operare in situazioni limite che normalmente avrebbe considerato fotograficamente proibitive. Se teniamo conto che molte macchine compatte digitali, di buon livello, offrono oggi anche sensori da 8 Megapixel, notiamo che molte riprese di reportage in interni, senza flash, risultano significativamente semplificate. Fatta salva naturalmente, come già abbiamo visto, l'esigenza di puntare a soggetti che non siano in rapido movimento. La progressiva diffusione di dispositivi stabilizzatori anche su zoom dall'escursione focale spinta anche verso il basso, come il recente 24-105mm che ha accompagnato la nascita della Canon EOS 5D, è una conferma in questa direzione.
Limiti e precauzioni. Non abbiamo dubbi sul fatto che l'introduzione dello stabilizzatore sia stata una conquista per i fotografi. Però, dobbiamo anche passare in rassegna i possibili svantaggi del dispositivo anche sulla scorta di una lunga esperienza diretta.

Consumo elettrico. Normalmente i giroscopi attingono energia dalle batterie della fotocamera. Ne deriva che queste vengono drenate in misura considerevole. L'uso di un sistema antivibrazioni presuppone quindi che il fotografo sia diligente nel verificare lo stato di carica delle pile al termine di ogni seduta di ripresa. Qualche fabbricante, come Panasonic, ha escogitato la soluzione di una impostazione alternativa (Modo 2) che prevede che lo stabilizzatore si attivi soltanto nell'istante dello scatto e non prima, durante l'azione di inquadrare. È una soluzione valida ma essenzialmente legata ad ottiche di piccole dimensioni, con inerzia ridotta nello spostamento delle lenti.
Tenuta al freddo. Dopo una lunga salita a 2500 metri di quota, in pieno sole ma con temperatura ambiente misurata intorno a -20 °C, ci è accaduto di vedere impazzire la stabilizzazione di uno zoom 70-300mm. Attivando il dispositivo, le vibrazioni aumentavano invece di ridursi ed ostacolavano anche la visione nel mirino. Abbiamo scattato dopo avere disattivato il dispositivo. La spiegazione: un effetto di condensa sugli attuatori elettromagnetici ne frenava lo spostamento e le vibrazioni si sommavano, anziché sottrarsi. Tornati a temperature più miti, l'obiettivo ha ripreso a funzionare perfettamente.
Attenti al panning. Inseguire un soggetto in movimento, ad esempio una motocicletta, scattando con un tempo relativamente lento ma facendo in modo che la differenza di velocità tra obiettivo e soggetto sia pari a zero, porta a fotografie sicuramente d'effetto. Lo sfondo appare mosso, il soggetto nitidissimo. È la tecnica del panning, ben nota ai fotografi sportivi. Qualche dispositivo di stabilizzazione, però, tende a contrastarla con decisione ed i risultati possono essere disastrosi. I rimedi sono due: escludere l'uso dello stabilizzatore oppure, ed è la condizione ideale, disporre di un sistema antishake che preveda la commutazione su di una funzione panning, appunto. È il modo Image 2 di Canon o Mode 2 di Sigma, è una attuazione che avviene automaticamente in alcuni obiettivi VR di Nikon e così via.

Attenti al treppiede. Allo stesso modo, vale la raccomandazione di escludere il dispositivo antivibrazioni se si scatta con la fotocamera su treppiede. Piccole oscillazioni potrebbero dare luogo ad effetti di risonanza, a compensazioni indesiderate. In qualche caso, ad esempio Nikon VR, il sistema percepisce la presenza del treppiede e si autoesclude.
Riprese d'azione. Abbiamo detto che gli sforzi dei progettisti sono stati essenzialmente rivolti a compensare le vibrazioni della mano del fotografo. Ma qualcuno, come succede su ottiche Nikon VR con cursore commutabile su Azione, ha pensato di introdurre la possibilità di attivare una compensazione su frequenze molto diverse: quelle tipiche di veicoli in movimento come possono essere jeep in un fotosafari in Africa. È un'idea interessante, efficace.

Reflex, marzo 2006