La storia fotografica sul tema Marco Polo, per il National Geographic inizia Yamashita è il racconto di un viaggio intrapreso settecento anni fa. Lo scopo del servizio era di trasmettere allosservatore una realistica evocazione del passato attraverso immagini fuori dal tempo. Per ottenere lo scopo, tecnicamente parlando, in alcuni casi dovevo eliminare dalla scena ogni traccia di modernità. Faccio un esempio.
Marco Polo attraversò le grandi dune del deserto cinese detto Singing Sand, (le-sabbie-che-cantano) e descrive il suono curioso che il vento crea scivolando sulla sabbia. Quando sono arrivato sul posto, e mi sono trovato in mezzo a carovane di cammelli numerati con variopinti turisti in groppa... ho capito subito che avrei dovuto trovare la particolare angolazione che nascondesse lidea del moderno. E così sono andato oltre la duna più grande, in attesa che la carovana venisse verso di me, e ho fotografato il gruppo sottoesponendo moderatamente per creare delle silhouettes, per non far vedere troppi dettagli, come i numeri sui cammelli dei turisti. In questo modo ho ricreato la sensazione visiva delle carovane che si spostavano allepoca di Marco Polo. In genere, quando racconto questo aneddoto la gente rimane delusa. Ma a volte si deve fare così
ricreare il feeling di quello che può essere stato il viaggio di Marco con qualche stratagemma. Il mestiere è anche questo.

Hai un legame particolare con lAsia?
Assolutamente sì, è la mia passione, e non cè altro posto che mi interessi di più. Per me, americano di origine giapponese, seguire 700 anni dopo le orme di Marco Polo, uno dei più grandi viaggiatori del mondo, è stata un esperienza unica. Largomento mi ha interessato molto anche perché tratta la connessione con i miei due amori: lAsia e lItalia. Io sono un viaggiatore professionista, ma vi sono dei luoghi dove per andarci pago il biglietto di tasca mia: uno di questi è lItalia.
Ora sto partendo per un paio di mesi in Giappone, la terra delle mie radici, per relizzare un lavoro sui samurai.
Tornando al lavoro fotografico, concettualmente parlando, come si fa ad evitare gli stereotipi, cercando di catturare il vero spirito del luogo?
Il lavoro piu difficile in tempi di turismo di massa è proprio questo: cercare una nuova angolazione, una nuova luce, un nuovo approccio. È così anche nella musica o nella scrittura: le note e le parole sono sempre quelle, sta poi a te mettere assieme gli elementi in modo personale ed efficace.
Anche a Venezia, per esempio, uno dei luoghi più turistici e fotografati del mondo, non è stato facile lavorare. Per me è stata una grande sfida. Sul posto dovevo per prima cosa fotografare gli unici elementi originali esistenti allepoca di Marco Polo, queste due colonne del X secolo dice Yamashita indicandole su una fotografia - le uniche esistenti quando Marco Polo lascia Venezia nel 1271. Si trattava di un soggetto banale, se vogliamo, stravisto dai turisti di tutto il mondo. Ma io avevo bisogno di qualcosa di nuovo. Avevo immaginato che una buona fotografia dovesse includere una grande nave di passaggio sullo sfondo. Per fortuna il mio assistente aveva scoperto che il 6 settembre di quellanno, alle ore 10, il piu grande transatlantico del mondo sarebbe passato nel golfo di Venezia. E così ci siamo attrezzati per realizzare apposta quella foto in quella data: abbiamo comprato alcune scale per montarci su quattro reflex diverse ed ottenere una prospettiva dallalto. Era già tardi quando è arrivata la polizia per vedere cosa stavamo facendo. La mia assistente, che per fortuna è anche carina, ha iniziato a parlare con gli agenti proprio mentre il transatlantico passava nel golfo. La nave era incredibilmente grande e quando la sirena ha iniziato a suonare i colombi nella piazza si sono alzati in volo... in quel momento ho scaricato tutti i rullini che avevo.
Tecnicamente parlando, cosa puoi dirci dellutilizzo della luce nelle tue immagini?
Per cercare la luce giusta, quando le condizioni di ripresa sono difficili, ricorro spesso a particolari stratagemmi. Ad esempio, nel corso del viaggio in oggetto, ho realizzato con luce naturale la foto di una statua di un Buddha posta allinterno di una profonda grotta. In questo caso ho impiegato tre specchi, presi nellalbergo dove alloggiavo, piazzando una persona con uno di essi allingresso della caverna a raccogliere la luce del sole e rifletterla allinterno; qui, unaltra persona con un altro specchio inviava a sua volta la luce del sole a una terza persona che, con un ultimo specchio e uno schermo diffusore, illuminava finalmente il volto della statua. In questo caso non volevo usare il flash, mi occorreva una luce suggestiva molto morbida, naturale...
Sempre in tema di condizioni di luce a Pagan, in Cina, per mostrare le ombre delle pagode che descrive Marco Polo, ho usato una mongolfiera.
Talvolta per fotografare dallalto occorre un permesso speciale. Come ti comporti in questi casi?
Teoricamente bisognerebbe chiedere il permesso per ogni cosa. Ma normalmente non si fa in tempo. Il mio compito è fotografare e basta. A volte se ti metti a seguire troppo le regole perdi la foto. Lattimo viene prima di tutto e non può aspettare
Ma come fare i conti con il budget a disposizione?
Il mio budget è sempre molto alto, e poi il mio lavoro non è fare una semplice foto, ma la foto. Per ottenere quello scopo il giornale mi mette a disposizione qualunque cosa io abbia bisogno aerei, mongolfiere, barche.
Secondo me il National è la migliore rivista di racconti fotografici che ci sia afferma lintervistato e, dal punto di vista del fotografo, nessun altra testata al mondo può affidarti un incarico che duri mesi. Per raccontare storie come queste con budget elevatissimi non esiste niente altro che il National
Sempre riguardo la mostra su Marco Polo, quanto hai viaggiato per realizzare queste foto?
Allincirca due anni, ma non in maniera continuativa, a volte sono tornato per un paio di mesi a casa: anche io ho una famiglia
A volte ho viaggiato con lautore del testo degli articoli, Mike Edwards, facendo alcune cose assieme e più spesso altre in diverse direzioni. Mike con i suoi autisti e interpreti e io con i miei, ma ritrovandoci spesso la sera e scambiandoci informazioni, racconti, discutendo le varie idee e dandoci suggerimenti.
Una cosa che viene invidiata ai fotografi del National Geografic è la gran quantità di tempo che normalmente hanno a disposizione
E` vero e non è vero dice Yamashita Per seguire le orme di Marco Polo ho viaggiato in totale per 36 settimane. Se pensi che ho attraversato in Paesi, non è poi così tanto
Quale pellicola impiegi maggiormente?
Fotografo spesso con Velvia 50, e a volte con il Kodachrome 200. Davanti alle situazioni mi muovo di continuo per cercare langolo e la luce giusta; a volte uso tempi molto lunghi per catturare il movimento e congelarlo parzialmente con il fillflash in slow sync.
In quale modo ti prepari psicologicamente allo scatto?
Prima di tutto formo la foto nella mia mente e poi vado a lavorare per realizzarla. Nel mio cervello ho la pre-visualizzazione dellimmagine, cosi so di cosa ho bisogno e interagisco con la luce e l`eventuale movimento del soggetto.
Quali obiettivi impieghi maggiormente?
Amo molto i grandangolari e i supertele. Niente vie di mezzo: cerco sempre gli estremi come ad esempio il 17-35mm o i nuovi telezoom stabilizzati che arrivano fino a 400mm e che permettono cose impossibili rispetto al passato.
Per quanto riguarda linquadratura, mi piace molto fotografare da molto vicino, davanti alla faccia della gente con un grandangolo o con un tele
amo lo sguardo ravvicinato e la compressione dei piani fornita da un 400mm: è lo sguardo intimo ciòche cerco.
Nel mio bagaglio porto normalmente cinque corpi macchina 35mm, una macchina panoramica, una compatta di qualità e naturalmente molti obiettivi; ma se dovessi portarne uno soltanto metterei in borsa un 17-35 mm.
Comunque, ai miei studenti nei numerosi workshop che tengo anche in Italia, dico sempre che il migliore obiettivo zoom che avete sono le vostre gambe.
Prima hai detto che vuoi fotografare la realtà, allora, come definiresti te stesso? Un fotografo di reportage, di viaggio, o cosa?
Sono un fotogiornalista dice Yamashita - un fotografo che cerca di mostrare al pubblico posti reali e gente reale.
Quanta è importante la presenza delle persone nelle tue foto?
È di unimportanza assoluta, io sono un narratore di storie. Se vuoi raccontare una storia devi avere dentro delle persone e non solo bei paesaggi: hai bisogno di qualcosa di più che di unambientazione: la storia è fatta dalla gente..
Cosa pensi della fotografia digitale e delle ultime tecnologie in genere?
Non porto camere digitali con me afferma Yamashita. Come avrei potuto fare un lavoro del genere con le attuali macchine digitali? In Afghanistan per esempio, o nei deserti in genere, non cè elettricità per ricaricare batterie, e nessun modo per riparare la macchina se va in tilt.
Uno dei più grandi sviluppi della foto negli anni 80 è stato quello che ha permesso di decidere esattamente quanta luce flash vuoi. Io per esempio ne voglio poca, giusto quella che mi serve per illuminare alcune cose, schiarire certe ombre troppo dense... ma non voglio assolutamente un effetto flash violento
non sono un fotografo di moda, io voglio la realtà. Per questo mi piace usare il fill flash con un piccolo diffusore per luce morbida.
Hai sempre un assistente con te?
Sì, ed è spesso una persona del luogo. Ho bisogno di qualcuno che conosca la lingua locale, la burocrazia per ottenere i permessi, gli usi e i costumi che non ho avuto modo di verificare in precedenza.
Ma pianifichi proprio tutto oppure ti lasci qualche margine di libertà?
Nel mio lavoro niente è lasciato al caso.
È pur vero che tutti amiamo il caso, è certo parte del lavoro di un fotografo, ma bisogna lasciare al caso meno spazio possibile. Prima di un servizio io sceneggio, faccio un copione di una storia, pre-visualizzo. Solo facendo molta ricerca preventiva so poi di cosa ho bisogno per raccontare una storia.
In questo lavoro devi sempre partire con un piano, con una chiara agenda nella mente. Una storia è fatta di capitoli, e non si puo saltare dal primo al quarto senza descrivere cosa cè nel mezzo.
E così... vai alla ricerca delle foto che sai, e lungo il cammino vedi molte altre cose e con la reflex puoi catturare in più anche gli imprevisti
ma devi comunque avere delle linee guida. Ad esempio io non vado in un mercato quando la piazza è vuota... ma ci vado quando le cose stanno accadendo. Per esempio sono stato a Venezia durante la regata storica, quando nel Canal Grande non ci sono grandi barche moderne: e questo accade soltanto in quella occasione.
I fotografi professionisti normalmente devono fare i conti con il poco tempo a disposizione, ne vorrebbero sempre di piu. Ma questo non è il caso dei fotografi del National Geographic, i cui incarichi sono di norma molto più lunghi?
Assolutamente sì, io ho lo stesso problema, ognuno avrebbe bisogno di più tempo e cosi anche noi del National. Anche se io lavoro sempre, allalba, al tramonto, sette giorni alla settimana, senza un momento sprecato e sono lì, completamente concentrato in ciò che sto facendo, il tempo non basta mai. Neanche 36 settimane.
La mia gioia, in una giornata, è fare proprio la foto che sto cercando. E uno dei modi per capirlo lo vedo dalla quantità di rullini che scatto: se ne faccio un certo numero so per esperienza che dentro vi sarà qualche buon soggetto. Matematicamente parlando posso dire che per me 20 rullini al giorno sono una grande cosa, 10 rullini, così così, se ne faccio solo 5
allora non sto facendo il mio lavoro.
Se scatto molto vuol dire che sto trovando ciò che cerco. Io sono pagato per fare le foto in un determinato tempo a disposizione. A volte ci vuole semplicemente fortuna, ma io sono pagato per avere fortuna: neve, tempesta di sabbia, pioggia fanno la fortuna e la sfortuna del fotografo viaggiatore. Ciò che insegno ai miei allievi è che tu fai la tua fortuna a essere nel posto giusto, di fronte al soggetto giusto, nel momento giusto. E tutto questo, ancora, deriva da unattenta pianificazione fatta a monte.

Fotografare e viaggiare sono le tue due passioni, ma quando e come hai cominciato?
Ho iniziato tardi: non avevo una reflex tutta mia finché non ho lasciato il college a 22 anni: dopo aver imparato ad usarla mi sono completamente fatto prendere dalla fotografia.
Poco fa hai menzionato i tuoi studenti: ami insegnare fotografia, trasmettere le tue conoscenze?
Si mi piace molto e poi è un buon esercizio per almeno un paio di ragioni: prima di tutto, quando sei un fotografo professionista, con i colleghi parli soltanto del contenuto della foto, se la foto funziona commercialmente, e non ti metti ad analizzarne la composizione, la luce, il movimento, eccetera. Ma quando insegni ti soffermi su diversi punti di vista, usi un altro vocabolario, torni ad essere un tecnico. Ecco, mi piace tornare a questa dimensione una o due volte lanno: pensare e discutere di fotografia, in cosa e perché una foto funziona o meno, eccetera. La seconda ragione, molto personale, è che per me è un piacere tornare in Italia a insegnare, fa ormai parte del mio stile di vita. E poi vedere come gli studenti fanno progressi in una settimana, a volte è una grande, piacevole sorpresa.
Come è cambiato con il passare degli anni il tuo lavoro?
Senza dubbio la differenza maggiore sta nel sapere di più quello che sto cercando, cio`di cui ho bisogno per completare una storia fatta con le immagini. Lesperienza mi ha insegnato dove puntare con sicurezza la reflex, e poi mi spinge a fare molta ricerca prima prima di un viaggio. Ovviamente negli anni sono anche progredito nella tecnica e nell`uso degli strumenti quali auto-focus, fill flash, obiettivi stabilizzati eccetera.
Pubblicato su REFLEX di agosto 2003
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