CONDANNATO
Storia di un giovane elefante

Testo e foto di Giulio Forti

HWANGE NATIONAL PARK. Lo Zimbabwe è il paese africano dove vive il maggior numero di elefanti. I dati sono indicativi, ma si parla di circa 80.000 individui dei quali, più o meno la metà, vive a Hwange, troppi. La loro presenza ed il loro appetito (fino a 250 chili di cibo al giorno per un adulto) hanno distrutto circa il 20% dei boschi mettendo a rischio l'equilibrio dell'ambiente e le coltivazioni, ma per le soluzioni ci sono montagne di polemiche. Di un elefante parla questa storia che ho documentato con molta malinconia.

Alle 5:30, sulla Land Rover di Nicholas lasciamo il Jijima Safari Camp. E' una bella giornata di aprile e, a quell'ora, anche gli elefanti cominciano a lasciare il bush dove hanno trascorso la notte. Ben presto ecco un bel gruppo di 25 o 30 individui. Maestosi maschi, femmine e piccoli giocherelloni che si rotolano nel fango di una pozza d'acqua. Più avanti, lungo la strada principale del parco, incontriamo un solitario: un maschio di quindici anni, magrissimo e immobile su tre zampe. Dondola la posteriore sinistra che presenta una grande ferita, soffre. Con la proboscide si accarezza forse per lenire il dolore. “Non mangia da giorni”, dice Nicholas.

Con il binocolo, la ferita appare tremendamente infetta. “Tra qualche giorno morirà”, prevede la guida. Ma questo animale soffre! Va abbattuto: si fa con i cavalli, perché no con gli elefanti? Nicholas, che a queste cose è più abituato di noi, non si emoziona, ma decide che l'elefante sta davvero soffrendo troppo e via radio informa la direzione del parco. Non possiamo far altro, e con un po' di angoscia proseguiamo chiedendoci che cosa succederà.

Un paio d'ore più tardi, dalla radio apprendiamo che una squadra si è recata sul posto e ha effettivamente verificato che la ferita è devastante. Un taglio provocato da un cavo d'acciaio aveva inciso in profondità anche l'osso per chissà quali e quanti sforzi di liberarsi avrà fatto l'elefante. Non c'è alternativa, è condannato.
Alle 11:00 ripassiamo per la strada principale e ci troviamo di fronte ad uno spettacolo impressionante. Una decina di persone sta finendo di sezionare (macellare?) con le motoseghe quel che resta di quel grande corpo. Nicholas spiega che è un caso raro e che comunque quando capita, questi grandi animali vengono prima addormentati con una siringa di anestetico sparata dietro l'orecchio e poi soppressi con un'iniezione. Insomma, una cosa civile.

Sarà, ma anche sapendo che non esistevano alternative, ci sentiamo quasi colpevoli. “Distribuiranno la carne gratis alla gente”, spiega Nicholas per distrarci. “La pelle invece la venderanno per fare scarpe, borse e cinture. Sono soldi per finanziare il parco”.
Scatto qualche fotogramma dalla Land Rover con il mio vecchio 300mm. Poi scendo, ma vengo fermato: “No pictures, sir!”. Amen.

Molte ore dopo, sulla via del ritorno al campo, sulla piccola radura non c'è che una carcassa sanguinolenta a disposizione dei carnivori della zona. Lì vicino, un folto gruppo di avvoltoi osserva con interesse i resti dell'elefante dai rami di un mopane stecchito come da regolamento (si tratta del classico albero dell'Africa meridionale con foglie ricche di proteine ed una legna eccezionale per il barbecue). Passano i minuti e la luce sta per andarsene; finalmente gli uccellacci spiccano il volo verso il loro pasto. E' un'attimo, inquadro con il tele e scatto ad 1/30, ma so già che non sarà una fotografia perfetta. Infatti, mi sono ritrovato semplicemente con un'immagine drammatica.





HWANGE NATIONAL PARK

Nel nordovest dello Zimbabwe ai confini con il Botswana, Hwange è una delle riserve più grandi dell'Africa meridionale. Solo un quarto del territorio è aperto al turismo, ma da alcuni anni i turisti sono pochi per la crisi politica ed economica in cui versa la ex-Rhodesia del Sud.
Il parco si estende su un altopiano tra i 980 ed i 1150 metri e prende il nome dal capo della tribù Rozi, che fu sconfitto agli inizi dell'Ottocento da Mzilikazi capo dei Matabele. Terra di boscimani, riserva di caccia dei re Nbedele e poi dei bianchi, nei suoi 14.650 chilometri quadrati, tanti quasi quanto il Lazio, ospita 400 specie di uccelli e 100 di mammiferi. Primi fra tutti i Big Five, gli animali più pericolosi e cioè elefante, rinoceronte, leopardo, leone e bufalo. E poi uno stuolo di giraffe, zebre, sciacalli, iene, gnu, impala, babbuini, qualche coccodrillo e tanto altro ancora.
Indipendente dal 1980, lo Zimbabwe è un paese povero con un'inflazione a tre cifre, tanto che un milione di zimdollar, vale al cambio ufficiale 130 euro. Come in tutti i grandi paesi africani, l'Aids falcidia i suoi 13 milioni di abitanti. Ne è colpito il 25% degli adulti e almeno 600.000 bambini lo hanno contratto dalla madre, il risultato è che l'aspettativa di vita è scesa a 40 anni.
E', invece, splendida la natura. Le mete più attraenti sono i grandi parchi come Matopos e Nyanga, le cascate Vittoria ed il lago artificiale Kariba lungo 500 chilometri nato dalla costruzione, nel 1960, di una enorme diga sullo Zambesi.

© gennaio 2005