FOTO AEREA
Per treppiedi un caccia

di Alberto Baracchini Caputi

Scattare fotografie dall'abitacolo di un caccia militare non è un'operazione semplice.
Lo spiega un pilota della Marina

Ho sempre creduto al famoso detto secondo cui un'immagine vale più di mille parole. Stando a questo principio una fotografia è in grado di cristallizzare in modo immediato e con una freddezza al limite del cinismo un fenomeno nel momento stesso in cui si produce.
Ho avuto modo di studiare negli Stati Uniti e proprio dagli americani ho appreso che la fotografia può essere manipolata, non solo con l'uso del computer, ma soprattutto, ed in maniera più velata, con il taglio che il fotografo decide di dare all'inquadratura. Ad esempio, con un'accoppiata tempo-diaframma che permetta di evidenziare un soggetto e sfumarne un altro; oppure con la scelta di un angolo di ripresa che, in una certa situazione rafforzi le convinzioni (politiche, culturali o ideologiche) dell'autore.
E se lo dicono gli americani, che dell'immagine intesa come cultura di massa, come messaggio mediatico, hanno fatto una bandiera al punto da tenere corsi di fotogiornalismo presso le università più prestigiose, possiamo star certi che le cose stiano realmente in questi termini.
In America, ho avuto anche modo di apprendere che l'immagine può assumere una valenza di strumento super-partes in alcune ben circoscritte occasioni. Una di queste, è l'immagine di fenomeni naturali. Le eruzioni del sole ad esempio, oppure lo studio del comportamento degli animali. Così come tutte quelle occasioni di utilizzo scientifico della fotografia, che rendono l'immagine uno strumento insostituibile di comunicazione di una realtà o di un evento.
Possiamo fare l'esempio del National Geographic che, non a caso, viene ritenuto uno dei maggiori esempi di fotografia didattica, dal momento che si prefigge lo scopo di documentare culture, luoghi o organismi poco conosciuti. Ed in tal senso, la rivista, come altre del genere, si vanta di proporre i dati in modo oggettivo ed imparziale. Ma anche qui i puristi potrebbero impiegare fiumi di inchiostro per contestare questa questa autoreferenzialità.
Torniamo a noi. Per anni, seduto ai comandi di un caccia a decollo verticale della Marina Militare, mi sono chiesto se esistesse un modo per documentare lo scenario che scorreva al di fuori del plexiglas del mio abitacolo.
La domanda sortiva da una parte dal desiderio di condividere e tramandare agli altri situazioni e circostanze non riproducibili altrove, dall'altra dalla necessità di contribuire alla realizzazione di un simulatore di volo per renderlo il più realistico possibile. In effetti, uno dei vari incarichi che mi sono stati assegnati all'interno del Gruppo di Volo della Marina, è stato proprio quello di responsabile della realizzazione del Simulatore di Volo degli Harrier.
Questa ottava meraviglia della tecnologia, che finalmente è stata messa a punto nella Base di Grottaglie (Taranto), lungi dall'essere perfetta, ha richiesto un enorme lavoro di graphic design al computer per permettere ai piloti di immedesimarsi al massimo nello scenario virtuale all'interno del quale svolgono la propria missione simulata.
Posso assicurarvi che non c'è niente di più difficoltoso che cercare di spiegare ad un mago della grafica quello che succede in missione: io parlo di proiettili traccianti e lui mi chiede quanti pixel deve inserire, gli descrivo un missile anti-aereo in volo e lui mi risponde in textel e livello di contrasto in risposta dinamica sul canale primario del Image Generator (?!?!).
E questo ci riporta alla fotografia. Niente di meglio di una serie di fotografie dal vero per mostrare al genietto del computer quello che non riesco a spiegargli con le parole. Poi, mi dico, sarà suo il problema di tradurre l'immagine nella giusta sequenza di zero e uno che come darà vita ad un mondo virtuale il più possibile aderente a quello reale. Già, una bella fotografia...
Facile a dirsi. Perché, prima di tutto il problema per un pilota-fotografo è di sicurezza. Il seggiolino ad eiezione, giusto per dirne una, è omologato per un determinato peso massimo. Ed io che peso già 85 chili, quando indosso l'equipaggiamento di volo, più quello di sopravvivenza, più un minimo d'acqua e di cibo, sono già prossimo al limite per il meccanismo di espulsione.
Inoltre, occorre considerare le evoluzioni ed il volo dinamico. Avete presente i noiosissimi voli di linea in cui l'aereo è pressoché immobile con le ali livellate dal decollo all'atterraggio? Bene. Il volo militare non ha niente a che spartire con un simile comfort.
Innanzitutto, si decolla e si apponta su una portaerei, cosa certo non raccomandata dalle case costruttrici di macchine fotografiche. Inoltre, il volo raramente si svolge con le ali livellate. Per la maggior parte della missione il pilota è costretto a continue accelerazioni (fattori di carico, ovvero "G") per evitare che le armi sparate dal nemico ed il suo aereo si trovino sulla stessa traiettoria. Una macchina fotografica robusta, quindi pesante, rischia di andare a sbattere contro i display digitali o di incastrarsi nei comandi di volo, quando addirittura non colpisce il pilota. E anche questa situazione non mi sembra rientri nelle condizioni di garanzia previste dalle case costruttrici di fotocamere.
Tra l'altro, il pilota militare, quando vola, indossa il casco, la maschera ad ossigeno ed un visore integrale, per cui inquadrare la scena per bene risulta impossibile se non attraverso un mirino sportivo o il display a cristalli liquidi delle fotocamere digitali.
Parliamo adesso di una seconda questione, quella legale. Nonostante i problemi di sicurezza, lo Stato Maggiore non ha espressamente vietato l'utilizzo di macchine fotografiche e videocamere nell'abitacolo. Questo vorrebbe dire che il pilota, che è in grado di designare bersagli tramite i sistemi d'arma e bombardarli, di ingaggiare aerei nemici a velocità assurde, ma non sarebbe ufficialmente autorizzato a scattare una fotografia, a parte i casi in cui la Forza Armata stessa non decida di organizzare un volo speciale per scopi pubblicitari o storici. La famigerata zona d'ombra. Nel senso che tutto va bene finchè, non nasce il problema. Il risultato comunque è che le fotografie si fanno lo stesso. Se non altro per necessità. E si fanno in misura crescente su spinta della intelligence che ha bisogno di immagini per poter valutare l'esito della missione. Ciò nonostante, le fotografie, invece di essere argomento di pianificazione e briefing, vengono scattate furtivamente accettando le possibili ed incognite conseguenze giuridiche in caso qualcosa vada storto.
Da quanto detto, risulta che la macchina fotografica ideale per fotografare da un caccia deve essere estremamente robusta, di ridottissime dimensioni e peso, dotata di display esterno, completamente automatica, dotata di un'obiettivo zoom che copra dal grandangolo al tele e sufficientemente economica. Per anni ne ho provate di ogni tipo. Reflex professionali, compatte, a telemetro... niente. Le fotografie quand'anche leggibili, erano sempre e comunque brutte.
Poi è arrivata l'era digitale e le cose sono parzialmente migliorate; vuoi per il monitor esterno, vuoi perché le brutte fotografie le cancelli con un semplice click senza aspettare che la portaerei rientri dalla missione ed i rullini ritornino dal laborrotaio per vederne i risultati.
Il digitale, però, ha il problema del controllo delle immagini. Con le prime digitali il pilota-fotografo, abituato alla risposta immediata dell'otturatore, si è trovato a lavorare con fotocamere che non rispondevano immediatamente alla pressione sul pulsante di scatto. Preme il pulsante e.... per almeno un secondo la "scatoletta elettronica" non dà segnali di vita per la originaria lentezza del software. Fatto sta che, a velocità superiori ai mille chilometri l'ora, una frazione di secondo corrisponda a migliaia di metri nelle tre dimensioni dello spazio, non solo sull'orizzonte. In breve, il soggetto non era più lì quando l'otturatore si decideva a scattare e, quando finalmente era pronta per lo scatto successivo, l'azione era bell'è terminata. Ora le cose per fortuna sono cambiate e la risposta è decisamente accettabile.
Il motivo per il quale sulle riviste specializzate di aeronautica si vedano solo immagini di aerei in posa statica, cioè al suolo, oppure scattate da professionisti previo accordo con i vari comandi delle Forze Armate è molto semplice. Scattare fotografie da un caccia non è impresa da poco. Fanno eccezione gli Uav (unmanned aerial vehicle, aeromobili senza equipaggio) i droni controllati a distanza.
E se con grande sforzo riusciamo ad immaginare uno Schumacher che scatta fotografia alle altre monoposto durante le prove o nel corso dei un gran premio, ben più semplice è ipotizzare che le immagini catturate in gara risulterebbero di qualità ben poco professionale.

Reflex, febbraio 2005

Alberto Baracchini Caputi, pilota della Marina Militare Italiana dal 1992 al 2004, ha partecipato ad esercitazioni e missioni. Ha scattato queste fotografie nel periodo dicembre 2001 - marzo 2002 con fotocamere digitali compatte Fuji, Nikon e Pentax.