Uno splendido balcone sul Mar ligure dove fotografare (all'aspetto) gli uccelli migratori, le fioriture primaverili, fauna e panorami molto vari
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ITINERARI NATURA
Il Parco Regionale del Beigua
di Angelo Gandolfi
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A PIEDI NEL PARCO
Dal passo del Faiallo (per raggiungerlo, vedi articolo) si segue il tratto dell'Alta Via fino al M. Beigua. Scorci paesaggistici impressionanti, ma vento e freddo, oppure sole bruciante. Calcolare mezza giornata tra andata e ritorno, salvo soste. Segno AV rosso.
Da Rossiglione, sulla strada per Tiglieto. Dopo neppure 2 km da Rossiglione, si vede a sinistra un campo di calcio. Si parcheggia e si prende il sentiero che costeggia il campo. Si prosegue lungo il torrente Gargasso fino al paese abbandonato di Veirera. Belle gole, formazioni rocciose e fioriture. Mezza giornata. Nell'area ci sono varianti di percorso, ma serve cartina. Segno XX giallo.
Una serie di sentieri partono dalla costa e si inerpicano sul ripido versante meridionale. Tipicamente, la salita richiede circa quattro ore. Sono quindi escursioni per l'intera giornata. Da Cogoleto si prende la stradina comunale che va a Lerca e subito dopo alla cappella di S. Anna. Da qui prende il via un sentiero con diverse diramazioni, convenienti per itinerari a circuito. Ad esempio si può salire verso il M. Rama (segno: cerchio rosso pieno), quindi percorrere un tratto sottocosta verso oriente e ridiscendere fino a S. Anna lungo il sentiero che costeggia il Rio di Lerca (segno: doppia barra orizzontale rossa).
Indirizzi. Ente Parco del Beigua - Corso Italia 3, 17100 Savona. Tel 01984187300. Internet: www.parks.it/parco.beigua. Le cartine del parco possono essere ottenute gratuitamente presso il centro visite al Sassello, oppure presso gli uffici IAT di Campo Ligure, Arenzano e Varazze.
Chi percorra l'autostrada Savona-Genova, arrivato all'altezza di Arenzano vede sulla sinistra un'imponente catena di aspre montagne, spesso coperte di neve o ammantate di nuvole scure. Nonostante l'apparenza, non si tratta di cime molto elevate: variano tra i 1000m e i 1300m; essendo affacciate sulle calde acque della riviera, si potrebbero presumere ambienti mediterranei o sub-mediterranei. Non è così: queste montagne sono come un magnete per il cattivo tempo. Le perturbazioni nordiche, bloccate dalle Alpi e incanalate lungo il corridoio del Rodano, virano sovente sull'arco del mar Ligure e lì formano aree cicloniche, che s'impigliano sui rilievi. Per questo la vegetazione mediterranea cessa alle prime falde del monte, gradualmente sostituita da quella sub-alpina. E' questo il territorio del Parco Regionale del Beigua.
Si tratta di una zona ampia e frastagliata, che corre lungo la dorsale appenninica in vista del mare, ma penetra profondamente anche all'interno, arrivando al confine con il Piemonte. Per averne un'idea complessiva, allo svincolo di Voltri si prenda l'A26 per Milano, e si esca al primo casello, quello di Masone. Da qui si torni indietro sulla statale del Turchino e, superata la galleria si prenda, a destra, la strada del Bric del Dente. Già questo è un percorso spettacolare, una strada di cornice tra nudi pendii e faggete in vista del mare, evento quanto mai insolito per il Mediterraneo.
Si lasci la macchina al passo del Faiallo, dove ci sono tavoli per picnic e persino un ristorante-albergo. A questo punto abbiamo virato all'interno della dorsale, la cui cresta s'eleva in dolci pendii sulla sinistra: è quasi un altopiano. Una passeggiata di mezz'ora lungo uno dei numerosi sentieri ci porta sulla cima del M. Reixa. La vista è sgombra, il che dà un'idea del clima locale. Infatti, mentre sulle Alpi la vegetazione d'alto fusto svanisce, e lascia campo libero ai pascoli naturali, a circa 2000 metri, qui avviene a circa 1000 metri di quota. I faggi nani e contorti che arrivano alla dorsale sono molto eloquenti. Oltre il dosso erboso, là sotto ci sono le balze coperte di pini che scendono dritte fino al mare di Arenzano e Varazze! A Oriente la vista arriva fino alla Caprazoppa. A Occidente il porto e la città di Genova sono distesi ai nostri piedi, e l'intero golfo è chiuso dall'inconfondibile profilo del monte di Portofino.
Questa balconata dalla vista mozzafiato non ha solo un interesse paesaggistico: quattrocento metri più sotto c'è un valico, il valico della Gava, punto d'arrivo di una valle proveniente da Arenzano. Nel periodo del passo - che inizia a metà marzo e prosegue per tutto aprile - è questo uno dei luoghi migliori per osservare la migrazione degli uccelli, lungo l'itinerario che transita dalla Sardegna e dalla Corsica. Di particolare rilievo l'osservazione dei rapaci: poiane, nibbi e soprattutto bianconi. E non sono impossibili osservazioni rare per la località: avvoltoi e aquile, per esempio. Si parla di un transito di circa 5000 esemplari.
Come sempre, una cosa è osservare, un'altra fotografare. Eppure, arrivando gli uccelli migratori dal basso, qui è facile che siate voi a vederli per primi, e possiate quindi nascondervi, appiattendovi tra l'erba. Il resto è questione di fortuna. Le correnti ascensionali e i venti possono portare la vostra preda a poche decine di metri dall'obiettivo, oppure a un paio di chilometri.
In ogni caso ci vorrà un teleobiettivo di focale adeguata, tra il 400mm e il 600mm (o focale equivalente su fotocamera digitale). Per questo tipo di ripresa ritengo sia inutile farsi trascinare dall'entusiasmo e cercare di usare i superteleobiettivi da 500mm o 600mm con una delle tante fotocamere reflex digitali che adottano sensori intorno al 15x23 mm (la maggior parte). La focale equivalente che ne risulterebbe, 750mm oppure 900mm, non è comunque gestibile a mano libera. Una volta raggiunta la dorsale montuosa, i migratori scivolano velocemente d'ala verso l'interno: è un problema non solo inseguirli, ma anche inquadrarli (per non parlare dell'eventuale velo atmosferico e del problema del mosso). La marcia in più delle digitali formato APS (se così vogliamo chiamarle) si sfrutta adeguatamente: 1) su treppiedi; 2) a distanze abbastanza ravvicinate.
Nel caso di cui stiamo parlando un maneggevole e relativamente leggero 400mm con luminosità f/5,6 o f/4,5 - focale equivalente circa 600mm - è l'ideale, all'impostazione di sensibilità tra 200 e 400 Iso. Tra quelli di elevatissima qualità, menzionerei: il Canon 400/5,6 EF (purtroppo una delle poche ottiche lunghe Canon ancora prive di stabilizzatore); il Minolta 400/4,5 APO (senza stabilizzatore); il Pentax 400/5,6 ED IF (senza stabilizzatore).
A questo punto, mi tocca contraddire certi miei convincimenti e antipatie per le ottiche zoom di lunga focale. Nell'attuale contingenza di mercato converrebbe orientarsi proprio verso tali focali, perché i prezzi sono sovente inferiori, la qualità è ormai più che apprezzabile, e ce ne sono parecchie dotate di stabilizzatore. Per esempio: Canon 100-400mm f/5,6 (il capostipite con lo stabilizzatore IS); Nikon 80-400mm f/4,5-5,6 (con stabilizzatore VR); Sigma 80-400mm f/4,5-5,6 (con stabilizzatore). Fuori gara il Nikon 200-400mm f/4 (con stabilizzatore), sia per le prestazioni superiori che per il prezzo, intorno agli 8000 euro!
Aprile e maggio non sono solo i mesi delle migrazioni. In questa stagione si fotografano molto bene alberi e boschi. I boccioli gettano le prime foglioline. Hanno colori tenui, e più diversificati dell'uniforme e spesso infotografabile verde cupo estivo. Inoltre tolgono all'albero quell'aspetto invernale, spoglio e un poco scheletrico, senza celare con una chioma troppo fitta il tronco e le ramificazioni. E poi nel bosco spuntano ai piedi degli alberi i fiori precoci: quelli che devono sbocciare prima che l'ombreggiatura del fogliame estivo tolga loro la luce.
Si vedranno anzitutto le primule e i ciclamini, che cominciano a spuntare già a marzo. Crescono a ciuffi. La tecnica che preferisco per fotografarli è avvicinarsi alla minima distanza di messa a fuoco di un obiettivo grandangolare, riprendendoli dal basso verso l' alto. Il diaframma si può chiudere più o meno a seconda che vogliamo includere la forma degli alberi sullo sfondo, ovvero sfuocarla. Preferibile un'inquadratura parzialmente decentrata. Sono notevoli anche i tappeti di narcisi (infiorescenze bianche) e di narcissus tazetta (infiorescenze gialle). Sulle radure più elevate, allo sciogliersi della neve, compaiono i crochi in grande quantità.
Tutte queste fioriture, scalate da fine marzo fino a tutto maggio, possono essere "inseguite" tramite le variazioni altitudinali: lo stesso fiore che a 200m di quota fiorisce ai primi di aprile, a 1200m fiorisce a metà maggio. Un apprezzamento di tale scalettatura, dal mare fino ai 1287m del M. Beigua, può essere seguito sul seguente itinerario. Partenza Varazze, direzione Sassello, sulla SS n. 334. Dopo pochi km si lascia la statale e si svolta a destra per Alpicella. Si supera il paese e si prosegue per il M. Beigua. La vetta non è in sé interessante, intasata com'è da ripetitori di ogni tipo, ma l'itinerario consente di vedere una sequenza completa delle varietà vegetazionali, dal mare fino alla quota massima.
Un'ulteriore diversificazione dell'approccio al Beigua riguarda il versante ligure-piemontese. All'uscita di Masone della A26 si prosegue sulla statale fino a Rossiglione. Appena superato tale paese si svolta a sinistra, direzione Tiglieto. Il paesaggio di rade pinete lascia sovente scoperto il terreno composto di nere rocce vulcaniche. Da Tiglieto (notevole Badia in un'incantevole conca boscosa) un lungo itinerario, via Urbe-Vara, ci ricollega alla strada del passo del Faiallo.
Un altro itinerario che consiglierei è quello del torrente Orba, che nasce sul Beigua. Sempre sulla A 26, si esce a Ovada, si prende la direzione per Molare. Già quasi nel paese si svolta a sinistra, direzione Olbicella, lago di Ortiglieto. Qui gli scorci paesaggistici riguardano il fiume (non ha regime torrentizio:c'è sempre acqua). Più in là nella stagione si formano profonde pozze d'acqua cristallina dove la gente prende il sole e fa il bagno, snobbando la riviera, che si trova ad appena mezz'ora d'auto.
Anche qui, tra aprile e maggio, si può fotografare l'intera gamma delle fioriture arboree. I primi a fiorire sono i salici, lungo il fiume. Poi è la volta dei cornioli e degli altri cespugli sub-arborei, come i prugnoli. In sequenza arrivano le varie specie di prunus d'alto fusto, inclusi i ciliegi selvatici e i maggiociondoli. Insomma i soggetti non mancano. C'è una sola regola per fotografare alberi e arbusti (come tutte le regole ammette e chiede eccezioni): evitate di includere nell'inquadratura il cielo - non chiedetemi perché, ma è così. Ciò richiede un'accurata delimitazione del campo, di solito ottenibile con un medio teleobiettivo. Per questo tipo di foto lo zoom (80-200mm, 70-210mm, ecc.) è quasi indispensabile perché, vuoi per le grandi dimensioni dei soggetti, vuoi per le asperità del terreno, può essere problematico spostarsi per "fare" l'inquadratura desiderata.
© aprile 2005
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