DUELLO TRA CIGNI REALI

di Maurizio Capobussi

Vincenzo Martegani lavora nella natura con supertele e sensori digitali 24x36mm.
Ecco come fa ad ottenere immagini eccezionali

Il Pian di Spagna è un lembo di terra e di acque. È incastonato tra le montagne, all'incrocio tra Lario, Valtellina e Valchiavenna. È in questo ambiente, nell'area di Novate Mezzola, la parte alta del lago di Como, che un fotografo, per parecchi anni, ha stabilito la sua palestra d'elezione. La zona era, ed è anche oggi, ampiamente frequentata dai cigni. Il personaggio è Vincenzo Martegani. Ha una lunga esperienza di ripresa ed ha anche pubblicato, tra gli altri, un volume, dal titolo appunto Il lago dei cigni, con trenta pagine di testo e centosessanta di immagini. Il libro è stato orientato ad una accurata analisi fotografica sul tema, sugli aspetti di contorno, sulle attività nella zona. Allora, racconta Martegani, l'attuale Riserva Naturale protetta non esisteva ancora. Tutti avevano campo libero, era più facile muoversi.
Oggi, a quindici anni di distanza, forte di una lunga esperienza e sorretto dalle più avanzate soluzioni di fotografia digitale, Vincenzo Martegani è tornato sull'argomento. Ha ottenuto scatti straordinari, che pubblichiamo. E gli abbiamo chiesto di raccontarci le sue ultime esperienze, di commentare le sue fotografie.

Una prima curiosità: Vincenzo Martegani, ieri fotografo su pellicola e oggi alfiere del digitale, è davvero uomo di soli teleobiettivi? E ancora: sei votato esclusivamente alla fotografia naturalistica?

Sono numerosi gli amici che mi definiscono fotonaturalista classico, nato con in mano il teleobiettivo. È vero, fino dagli inizi è stata l'ottica con cui ho fatto quella che definisco la fotografia seria. Ma non vorrei che l'episodio fosse letto in senso limitativo. Confermo infatti che il passaggio al grandangolare è avvenuto più tardi ma che… il grandangolo apre un mondo diverso e straordinario. Serve a fare vedere dove ci si muove, recupera l'ambiente e ciò che sta intorno al soggetto. Quanto all'attività lavorativa, molti mi conoscono come fotografo naturalista. Ma è corretto dire che la mia fotografia professionale, quella che dà da vivere, copre un po' tutti i settori. Si è allargata alla pubblicità ed alla fotografia commerciale e di architettura.
La fotografia naturalistica, che pratico ancora con passione ma prevalentemente nel tempo libero, negli anni si è evoluta, tecnicamente ed espressivamente. Potrei dire che è divenuta una fotografia analitica allargata. I primi scatti naturalistici li ho rivolti ai gabbiani della Maremma, nei lontani anni Settanta. Erano riprese un po' naif. Il vero momento chiave si è verificato, decisamente, soltanto in un secondo tempo. La presa di coscienza si è attuata quando ho capito che "le mie immagini non sarebbero servite a nulla". Mi spiego: l'attimo della svolta c'è stato quando ho capito una verità: se le foto non hanno una destinazione non vengono consumate. E, di conseguenza, se lo scopo della fotografia è comunicare, allora non comunicavo niente. È a questo punto che è scattata la mia decisione di passare al professionismo (un riferimento, oggi: www.martegani.it).

Anche sotto il profilo delle strumentazioni il modo di lavorare, da allora ad oggi, si è trasformato in misura considerevole.

Senza dubbio. Negli anni Settanta adoperavo un obiettivo leggendario, il Novoflex 600mm originale. Era un supertele a messa a fuoco rapida, manuale. Era sagomato con una impugnatura a grilletto, a molla, molto voluminosa. Premendo il grilletto si mettevano a fuoco soggetti lontani, rilasciandolo ci si spostava sui primi piani. Richiedeva molta pratica, perché il movimento di focheggiatura era innaturale, era al contrario rispetto allo spostamento del soggetto. L'obiettivo poi era pesante ed ingombrante, soprattutto perché era un vero "lungo fuoco", non era un teleobiettivo nel senso ottico del termine. Era però un ottimo strumento, dotato di un contrasto elevato tipicamente favorito dalla presenza di poche lenti, da uno schema ottico semplice e dall'assenza di quel gruppo ottico divergente che caratterizza le normali formulazioni tele.
Per completare il panorama: le reflex di allora erano raramente dotate di winder, cioè di motorino per l'avanzamento elettrico della pellicola; occorreva essere piuttosto abili, e veloci, nel riarmare. Lo scatto avveniva tramite un flessibile meccanico esterno che spesso si rompeva se si appoggiava l'attrezzatura a terra con poca cautela.

Tempi eroici, quelli della pellicola. Però già allora si ottenevano eccellenti risultati e non pochi fotografi, ancora oggi, perseverano nell'utilizzare la pellicola e scattano ottime immagini.

Certamente, e ricordo che negli anni passati adoperavo la diapositiva Kodachrome. Per un preciso motivo: la rivista naturalistica Airone, mensile nato da poco e subito affermatosi, esigeva tale emulsione. A proposito, il mio primo servizio sui cigni è stato pubblicato proprio sul n. 4 di Airone. Personalmente usavo la pellicola Kodachrome 64 quando scattavo con i teleobiettivi e la Kodachrome 25 con i grandangolari per le visioni di assieme. Ne derivava una conseguenza che condizionava il lavoro: l'accoppiata tempo-diaframma risultava obbligata. Con pellicola da 64 ISO si scattava con 1/250s f/8 e si aveva un'esposizione perfetta se misurata sul bianco. Come dire: si inchiodava la macchina su 1/250s e, in una giornata di pieno sole, non si variava più il tempo di otturazione. Le aree con colori diversi dal bianco, però, risultavano eccessivamente saturate; erano sottoesposte di circa uno stop.
Condizionamenti vincolanti? Dico senz'altro di sì. Ma spesso portavano ad ottime fotografie per un altro motivo: si era forzati a seguire i movimenti dell'animale e quindi ad effettuare sempre un leggero ma accurato panning, si sviluppava un notevole occhio, ed una buona mano, nel cogliere l'azione.
Il rovescio della medaglia era una inevitabile conseguenza: si incappava uno scarto spaventoso di fotogrammi, a costi che oggi si direbbero inenarrabili. Una pellicola durava molto poco - spesso finiva a metà dell'azione - e questo vincolo penalizzava davvero molto la fotografia naturalistica perché, come si sa, è una disciplina che chiede di per se stessa un numero di scatti quasi sconfinato.

Ne deriva una banale conclusione: l'avvento del digitale è stato quindi una positiva rivoluzione per il fotonaturalista!

Senza dubbio e fisserei intorno all'anno 2004 il momento del vero giro di boa. È il periodo in cui il sistema digitale ha dimostrato una reale paragonabilità qualitativa con il sistema analogico. Nel tempo, ho anche cercato di operare sempre con strumentazioni adeguate ad esigenze elevate. La mia prima reflex digitale è stata la Canon EOS D60, poi sono passato alla 10D, alla EOS 1D Mark-II N ed alle Canon EOS 1Ds ed EOS 5D, queste ultime con sensori a pieno formato.
I vantaggi del digitale ritengo siano evidenti. Vanno dal risparmio di pellicola alla visibilità immediata del risultato, che è collegata alla possibilità di effettuare istantanei aggiustamenti del diaframma dopo qualche scatto di prova. Anche in termini di velocità di otturazione si hanno benefici, perché è realmente immediata la disponibilità di sensibilità più alte. È vero che lavoro preferibilmente a 100 ISO ma devo ammettere che oggi, soprattutto con la Canon EOS 5D, operando a 400 ISO posso ritenere che i disturbi, il rumore, siano quasi invisibili. Ne è derivato che i tempi di otturazione sono accelerati in modo fino a ieri impensabile, un fatto che ha cambiato il modo di riprendere e la facilità d'impiego delle stesse ottiche. Mi spiego: oggi adopero ampiamente alcuni supertele, il 300mm f/2.8, il 500mm f/4.5 ed il 600mm f/4, e scatto tranquillamente con i tempi di 1/1000s e spesso di 1/2000s. Danno una certezza del risultato che ieri non era per nulla garantita.

A questo punto diremmo che si realizza una evidente conseguenza: il problema si sposta da come riprendere a che cosa e quando riprendere.

È proprio così. Facciamo l'esempio dei cigni: oltre a riprendere i voli, che possono essere colti anche soltanto con 1/500s, succede che una maggiore prontezza di scatto possa aprire la strada a nuove occasioni di ripresa, a situazioni poco documentate perchè si offrono raramente all'obiettivo del fotografo. Si tratta, in definitiva, di superare la solita fototessera agli animali, retaggio degli albori della fotografia naturalistica. In concreto, si può passare dalla fotografia al cigno in acqua, o in volo, a quella del "comportamento" , nella fattispecie al contrasto tra due maschi, che richiede velocità di otturazione elevatissime . La tecnica apre la strada alla ripresa di un tema insolito.

L'argomento è quello delle foto pubblicate. Approfondiamo modalità di avvicinamento e tecniche di ripresa.

Occorre una premessa: perché lo scontro tra i cigni si verifichi, due coppie nidificanti devono decidere di installarsi in un'area ben definita. Se questo avviene, potrà accadere che un maschio cercherà di allargare la sua zona, il suo territorio d'acqua, e quindi di approvvigionamento di cibo. Verrà a scontrarsi con il maschio della coppia più prossima. Per il fotografo inizierà un periodo di attesa, perché lo scontro non sarà immediato. Infatti i contendenti hanno l'abitudine di iniziare a girarsi attorno, sembrerà quasi un balletto. Saranno all'apparenza, e per lungo tempo, soltanto due cigni che si fronteggeranno. Forniranno poche emozioni al naturalista. Però, attenzione: potrà capitare che dopo mezz'ora, ma a volte anche dopo un'ora o magari più ore, si scateni l'aggressività. Ed è in quel momento che si otterranno le foto più interessanti. Si assisterà a una sorta di pugilato con le ali. Potrà durare da qualche frazione di secondo fino a qualche minuto. A volte anche sei o sette minuti. Sarà questo il momento tanto atteso. Si dovrà scattare rapidamente e con continuità.

Lunghe attese, pochi scatti: si conferma che la fotografia naturalistica richiede molta pazienza.

Per cogliere le situazioni di scontro, qui pubblicate, ho trascorso in attesa tutto il mio tempo libero per la durata di sei mesi, da ottobre a marzo/aprile. Sono stato sempre, per quattro o cinque ore, a temperature sottozero perché queste scaramucce sono tipiche del periodo invernale e di una primavera che è spesso battuta dai venti feroci che caratterizzano la val Chiavenna. È stato un impegno che ha richiesto tenacia, anche perché spesso non sono riuscito a mettere nulla nel carniere, a volte perché l'avvenimento si è svolto troppo in lontananza o perché in vicinanza di ostacoli che schermavano l'azione.
Osservo comunque che fotografare lungo un fiume è sicuramente d'aiuto al fotografo. Soprattutto perché i cigni, anche quelli che prediligono muoversi nel lago, spesso preferiscono nidificare nel canneto lungo il fiume perché àmbito più "controllabile" rispetto agli invasori . Ciò significa che il loro territorio d'acqua risulta un poco più circoscritto e questo fatto agevola le riprese. Tra gli inconvenienti fotografici annoto la variazione del tempo atmosferico, che può volgersi a pioggia. Ma anche in questo caso il digitale viene in aiuto perché esiste la possibilità di effettuare efficaci correzioni cromatiche in post-produzione, soprattutto riprendendo in Raw.
Guardando al risultato finale, l'aspetto più critico è dato dall'illuminazione identica e ripetitiva nella successione degli scatti. Allora, l'ideale è assicurarsi le foto fondamentali di uno scontro, riprendendolo con un'illuminazione abbastanza frontale e poi, ma soltanto in un secondo momento, tentare anche riprese con luce di trequarti, o eccezionalmente proprio in controluce, che mostrino le goccioline scintillanti. Anche se talora un controluce troppo secco può compromettere la descrizione accurata della scena. Queste saranno integrazioni utili ad aggiungere spettacolarità al tema e a diversificare gli scatti.

È opportuno organizzare appostamenti fissi? I teleobiettivi molto potenti sono obbligati a lavorare su treppiede o su installazioni statiche ingombranti?

Per queste specifiche riprese dico che il capanno non serve. Mi riferisco naturalmente ai cigni reali, protagonisti di queste fotografie. Non si mostrano particolarmente infastiditi dagli esseri umani. Le cose cambiano radicalmente per i cigni selvatici: in Alaska ho constatato distanze di fuga anche di cinquanta metri. Per fotografare normalmente cammino lungo la riva. Tengo in mano una Canon EOS 5D dotata di teleobiettivo Canon EF 500mm f/4.5 al quale è applicato un monopiede. Poi, ho una Canon EOS 1D Mark-II N a tracolla. È equipaggiata con il 300mm f/2.8.
I cigni continuano a spostarsi ed occorre seguirli mantenendoli sempre ben inquadrati e a fuoco. La riva non è sempre un praticello, si incontrano sassi, alberi, sovente è inaccessibile, quindi spesso il procedere con l'attrezzatura mantenendo i soggetti sotto controllo non è facile né agevole. Anche se è sempre bello essere immersi nella natura ribadisco che la concentrazione, in questo genere di fotografia, deve essere costante. Non si può mollare mai l'inquadratura perché abbiamo visto che un'azione può durare tre o sette minuti ma anche, e nella maggioranza dei casi, soltanto pochi secondi. Bisogna quindi essere pronti a cogliere l'attimo.

Vista la brevità dell'azione, riteniamo che tu scatti prevalentemente a raffica.

Sì. La durata dell'avvenimento è brevissima ed occorre sempre e comunque eseguire raffiche, perché molto spesso si può capire solamente "dopo" se il risultato sia o meno interessante. Se si intuisce di essere giunti al momento chiave, si scatta e non si deve staccare il dito finché il buffer di memoria temporanea della macchina non è pieno. A questo proposito rendo omaggio alla Canon EOS 1D Mark-II N. Ha un sensore da 8 megapixel, cioè mostra un numero di pixel sostanzialmente dimezzato rispetto alla EOS 1Ds e alla 5D, ma consente raffiche che per le altre due sono impensabili. E giunge ad 8.5 fot/s, un valore straordinariamente veloce. In più il suo sensore, essendo un poco più piccolo, mostra un fattore di moltiplicazione pari ad 1.3x che aggiunge ingrandimento all'effetto del teleobiettivo. È una macchina straordinaria soprattutto quando è abbinata al 300mm f/2.8. Va sempre ed è da preferire, anche in funzione della distanza di lavoro rispetto al soggetto, alla EOS 1Ds. Mi è accaduto invece, con le Canon EOS 1Ds ed EOS 5D, di vedere arrestarsi la raffica pur con pulsante di scatto premuto, proprio per saturazione della memoria dalla fotocamera. Un'altra raccomandazione però è doverosa: adoperando la 1D –II N, è importante impiegare schede di memoria ad alta velocità.

Un rischio, nella fotografia di cigni, è che sono bianchi e che quindi possono creare difficoltà nel determinare una perfetta esposizione.

Il problema di bucare il bianco è certamente una difficoltà tipica. Scattando su pellicola l'inconveniente non si verificava perché si era sempre al limite dell'accoppiata tempo/diaframma e ci si trovava sempre sostanzialmente in sottoesposizione. Con il digitale invece succede facilmente che, operando ad 1/500s ed f/5.6, come suggerirebbe l'esposimetro, il bianco appaia bucato. Quasi tutte le mie immagini, proprio per questo motivo, sono scattate con correzioni intenzionali di -1, oppure -1 1/3, oppure -1 2/3 di stop. Il modo di procedere più sicuro consiste nell'effettuare preventivi scatti di prova sul cigno, durante i momenti di stasi, controllando attentamente sul display che l'avvisatore di sovraesposizione non lampeggi e mantenere l' impostazione così determinata fino a che non intervengano modificazioni di luce.
Esiste però un'altra difficoltà: se il cigno non è in volo, lo sfondo d'acqua è normalmente piuttosto scuro e in fotografia appare nero. Insomma, tutto si riassume in un problema di contrasto eccessivo. È anche per questo motivo che scatto sempre con le fotocamere impostate in Raw, non in Jpeg.

In pratica rimandi ad un secondo momento la decisione di intervenire sul contrasto, in post-produzione. Il formato Raw, che è definito un vero "negativo digitale" richiede però dei software di conversione specifici ed esclusivi di ogni marca.

È proprio così ed a questo proposito si possono fare varie considerazioni. La prima è che normalmente scatto con fotocamere Canon e adopero i software conversori della casa, dati a corredo con le macchine. Esistono diversi altri conversori, anche del tipo Light Room o Phase One, ma le soluzioni alternative credo che possano essere utilizzate soltanto da fotografi che abbiano una produzione limitata. Se si scatta molto, e tutti i giorni, alternare il lavoro su questo o quel software rallenta troppo la lavorazione. D'altro canto, vale anche la considerazione che un fabbricante come Nikon ha introdotto nel suo conversore la funzione D-lighting, che opera molto bene. In pratica, esegue un intervento simile a quello che in Adobe Photoshop si raggiunge con la serie di comandi Immagine, Regolazioni, Luci/Ombre. Ma il D-lighting opera in totale automatismo e va particolarmente bene senza richiedere una specifica esperienza all'operatore. Sarebbe quindi gradito un sistema analogo anche da parte di altri fabbricanti.

Le fotocamere che usi hanno sensori con formato e numero di pixe diversil. Quali sono le tue impressioni "sul campo" a proposito di questo o quel sensore?

La differenza tra una reflex Canon EOS 1Ds, con sensore formato 24x36mm e 16.7 Mpixel, ed una reflex Canon EOS 1D Mark-II N, con sensore da 8.2 Mpixel, si sente perché il numero di pixel della seconda è in pratica la metà. Ma la 1D ha dalla sua un paio di caratteristiche speciali: la raffica che raggiunge gli 8.5 fot/s e un coefficiente di moltiplicazione di 1.3x, dovuto alla minore dimensione del sensore (28,7x19,1mm), che potenzia l'effetto tele. Sono pregi notevoli nella fotografia d'azione.
Cercando una valutazione critica mi sembra più interessante esaminare una sfida tra una Canon EOS 1 Ds e la Canon EOS 5D, più giovane di un paio d'anni ma sempre dotata di un sensore formato 24x36mm da 12.8 Mpixel. Ebbene, il mio parere è che si notino differenze appariscenti nella grana delle foto. Quelle della EOS 1 Ds hanno una grana leggermente più fioccosa ed evidente, a volte con intonazioni giallastre. La grana della EOS 5D è molto più compatta e monocromatica. In breve: tendo ad adoperare sempre di più la Canon EOS 5D. Penso che mentre una macchina come la mia vecchia analogica Nikon FM-2 è durata tanti anni, e a ben guardare funziona egregiamente ancora adesso, nel mondo digitale due anni equivalgano ad un'eternità. Attendo con curiosità e qualche impazienza una reflex Canon EOS con un sensore oltre i 20 Mpixel. Non tanto per il numero di pixel quanto per capire che cosa i progettisti siano ulteriormente riusciti a fare sul piano della qualità finale dei file.

Reflex, ottobre 2007