Lo sguardo d’artista di Massimo Lovati dà vita a volumi e forme che si creano nell’istante: l’obiettivo cattura l’attimo in cui la fluidità dell’acqua diviene segno grafico (bolle, barbe, bargigli, creste...). O quello in cui la materia-corpo si trasforma nella purezza del bianco e nero: l’evidenza del documento fotografico è sostanziata dall’invenzione artistica e crea immagini – concetto di grande suggestione.
Sono scene mentali, quasi sperimentazioni di un modello teorico, riconosciute nel loro farsi nell’istante, attimi illusori, rappresentazione di una percezione del non rappresentabile.
Un cortocircuito tra caso e ricerca intellettuale produce trasformazioni dell’esistente, grazie al perfetto controllo del mezzo espressivo: si tratta, però di arte, non solo di tecnica, dell’arte della fotografia.
Alcune fotografie reinterpretate in fase di stampa, si nutrono di riferimenti culturali, talvolta di intelligente ironia… divengono altro, si iterano, si moltiplicano, in un gioco nuovamente illusorio, perfezionando, falsificando – se possibile - la loro stessa falsificazione.
La nettezza, l’evidenza delle singole immagini sottendono sempre un discorso complesso: sono frammenti immateriali di un grande progetto che, da anni, Lovati va costruendo: forme estetiche che racchiudono un’idea del mondo.
L’artista infatti dichiara anche in queste fotografie cosa c’è dentro il suo sguardo e ci invita alla consapevolezza profonda della nostra condizione postmoderna basata sul principio della incertezza; egli sembra teorizzare – poeticamente – il principio di indeterminazione di Heisemberg per cui l’osservazione può mutare lo stato dell’oggetto osservato. “Non abbiamo – dice Heisemberg – un esatto risultato delle nostre misurazioni, ma dobbiamo ragionare in termini di probabilità di trovarlo”.
La fotografia dell’attimo di Lovati, o la sua riflessione in postproduzione, sembrano dirci che non solo è probabile, ma è anche possibile.

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