Editoriale. Marzo 2016

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Spesso restiamo a bocca aperta quando l’industria lancia un prodotto molto innovativo e pensiamo a chi sarà stato quel genio che se l’è inventato. A volte, però, finiamo per scoprire che l’idea geniale è vecchia e stravecchia.
Ho ritrovato di recente la vecchia fotografia da giornale, l’unica nota, della Canon Auto Focus presentata alla Photokina di Colonia del lontano 1963. Accidenti, direte voi! Ma cosa direste se il primo brevetto per la messa fuoco automatica fosse invece del 1931? È di quell’anno la selph-focusing camera, ovvero una fotocamera da studio dall’armeno-americano Luther G. Simijian pensata per scattare autoritratti. La SFC, calcolava il fuoco in base alla caduta della luce che, come spiega ogni buon manuale di fotografia, decresce all’inverso del quadrato della distanza. Una cellula fotoelettrica misurava l’intensità della luce sul volto del soggetto illuminato da una lampada; trasformata in distanza l’intensità la cellula inviava impulsi ad un elettromagnete per regolare l’obiettivo.
Più realistica la misconosciuta Canon Auto Focus e rivedere quella fotografia ha destato la mia curiosità. Sapevo che era dotata di due obiettivi, un 40mm f/2,8 per la ripresa ed un 75mm f/2,4 catadiottrico a specchio con 4 lenti per il controllo del fuoco attraverso una cellula al solfuro di cadmio (CdS). Che l’avanzamento della pellicola era automatico come l’esposizione, facilitata dall’otturatore a controllo elettronico. Maggiori informazioni ho trovato leggendo sul web l’intervista del settimanale tedesco Spiegel (aprile 1963) a Hiroshi Suzukawa, capo del team ricerca e sviluppo di Canon e un articolo di Bob Hering, photo editor dell’americano Popular Science, (settembre 1963).
Tanto per cominciarne, la fotocamera non era così compatta come i progettisti avrebbero voluto, soprattutto pesava quasi un chilo ma, per allora, fecero un lavoro notevolissimo. L’elettronica contava 2 diodi, 7 transistor, 2 relè e 2 micro-motori, il tutto alimentato da due pile a stilo…

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