Editoriale. Luglio 2016

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Da cinque anni il mercato della fotografia si è ridimensionato ovunque per la caduta verticale della domanda di fotocamere compatte e la mutazione delle abitudini degli utenti. Tra il 2007 ed il 2012 mezzo miliardo di persone nel mondo aveva comprato una compatta perché era indispensabile a postare fotografie sul web. Perso quel segmento con l’arrivo degli smartphone, l’industria ha recuperato spostando la produzione verso modelli di fascia medio alta.
La soluzione ha funzionato tanto che la quota delle fotocamere ad ottica intercambiabile nel 2015 ha raggiunto il 37% su un totale di 35,3 milioni di unità. E occorre tornare al 1997 per trovare che la stessa industria giapponese ne aveva prodotte 36,6 milioni di cui le reflex 35mm avevano una quota del 12%. Per chiarezza ricordo che il record giapponese di 122 milioni di fotocamere è del 2010.
Le ragioni del cambiamento sono molte. Partono dall’innovazione che ha raggiunto i suoi limiti tecnologici, dalla saturazione di mercato, dalla curiosità verso le action cam o i droni per scattare immagini diverse. La forte crescita dei mercati asiatici, dell’Europa orientale e dei paesi emergenti si è già esaurita, mentre gli smartphone c’entrano relativamente: sono nelle tasche di tutti, certo, ma soprattutto in quelle di coloro che mai avrebbero comprato una macchina fotografica.
I grandi marchi hanno lavorato per stimolare una nuova domanda mentre la folla dei clienti si diradava e contemporaneamente cominciava a pesare la fine della “dittatura” della pellicola. Qualche anno fa in una intervista Pierre Schaeffer vicepresidente della divisione imaging di Kodak, ironicamente mi confessò che “allora il consumatore lo tenevamo per la gola”.
Tornando ai numeri, ci si può chiedere perché se 18 anni fa con la stessa produzione il mercato fosse brillante, oggi non lo sia più. Il punto è che i numeri non raccontano proprio tutto…

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