Editoriale. Gennaio 2016

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Di tanto in tanto astenersi non è una cattiva idea. Intendo dire che se per una volta cerchiamo di fotografare mentalmente potremmo fare molte più scoperte, che stare con l’occhio al mirino. Lo so che il fotografo non dovrebbe mai uscire di casa senza, ma se l’esperimento no-fotocamera lo conducete nel vostro territorio non perderete scenari irripetibili.
L’idea è quella di dedicare alla scena un’attenzione più approfondita per capirla meglio. Per riuscire, però, dovrete impostare la vostra sensibilità in modalità “straniero”. Ovvero, far finta di vedere la piazza della vostra città come fosse la prima volta.
Distaccarsi dallo strumento per allenarsi a cogliere l’essenza di ciò che ci circonda porta a trovare inquadrature diverse dall’occhiata di fretta che noi romani concediamo al Colosseo o alla Fontana dei Quattro Fiumi. Questa pratica che non saprei definire con un termine scientifico, aiuta a valutare ciò che vediamo liberi da qualsiasi impaccio ottico e a ragionare sul “come fotograferei” senza dover pensare a tempi, diaframmi e profondità di campo in tutta fretta. Quindi bando al lato tecnico, si tratta di stabilire a mente come trasformare la scena in una fotografia.
Dice: ma che divertimento c’è senza macchina fotografica? Scusate l’esagerazione, ma parlo di educazione severa all’immagine, tanto importante quando poco apprezzata. In era pre-digitale, il costo della pellicola e la ridotta autonomia (e sì che con 36 fotogrammi c’era chi ci faceva Natale, Pasqua e ferie estive) proteggevano l’arte e il portafogli perché prima di sprecare fotogrammi preziosi ci si pensava due volte. Che oggi sia possibile scattare a raffica per poi cercare lo scatto migliore senza costi aggiuntivi, è la furberia di chi non capisce cosa stia facendo. Comodo salvagente dell’ignoranza, ma veleno per chi voglia crescere imparando invece di perdere tempo a scegliere lo scatto… più bello.
Intendiamoci, sul piano pratico non bisogna confondere la raffica con una breve serie di scatti dello stesso soggetto che sono la ricerca del perfezionamento dell’opera passo passo. Due o tre scatti identici sono invece utili quando sul capo a piombo sull’oceano spira forte il vento che mette in crisi anche la più salda impugnatura con alto rischio di fotografie mosse.

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