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	<title>Reflex.it &#124; dal 1996 la prima rivista italiana di fotografia sul web &#187; Obiettivi</title>
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		<title>Fanno la differenza?</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 12:39:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggere]]></category>
		<category><![CDATA[Obiettivi]]></category>

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		<description><![CDATA[Universali Zeiss: la qualità della casa tedesca al servizio di tutti. Un grandangolo ed un macro alle estremità della gamma Uscire per una giornata di riprese fotografiche con al collo una fotocamera reflex digitale con obiettivi Carl Zeiss è qualcosa che può lasciare il segno. Fino a qualche tempo fa Zeiss era sinonimo di professionale, era affiancata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Universali Zeiss: la qualità della casa tedesca al servizio di tutti. Un grandangolo ed un macro alle estremità della gamma</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3633" title="10_zeiss" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/10_zeiss-300x245.jpg" alt="" width="210" height="172" />Uscire per una giornata di riprese fotografiche con al collo una fotocamera reflex digitale con obiettivi Carl Zeiss è qualcosa che può lasciare il segno. Fino a qualche tempo fa Zeiss era sinonimo di professionale, era affiancata solo a sistemi Rollei, Hasselbald, Contax e poco più; ora la casa di Jena ha aperto a tutti, non proprio tutti, la possibilità di fotografare utilizzando i proprio obiettivi, anche con fotocamere reflex digitali. Oltre infatti a produrre obiettivi per le reflex Sony Alpha, si è lanciata in una gamma che copre focali da 18mm a 100mm, rigorosamente fisse, per Canon, Nikon e Pentax e comprende  il 21mm, 25mm, 28mm, 35mm, due diversi 50mm ed un 85mm. Anche nel campo degli obiettivi la tecnologia sta facendo ed ha fatto grandi passi in avanti, con autofocus sempre più rapidi, stabilizzatori interni di ultimissima evoluzione, lenti asferiche, rivestimenti antiriflesso e quant&#8217;altro; ma ciò non può essere sufficiente se poi la qualità delle lenti non è all&#8217;altezza del resto. Con le lenti degli obiettivi Zeiss questo rischio non c&#8217;è, e la storia ce lo conferma; però ci si trova davanti a degli obiettivi che non sanno neanche lontanamente cosa sia un motore autofocus o un sistema antivibrazione. Rimasti indietro? No, una scelta ben precisa, rivolta forse a pochi romantici che abbiano ancora la voglia di lottare con esposimetri e messa a fuoco manuale. I due obiettivi presi in considerazione per questa prova sono il Distagon T 18mm f/3,5 ed il Makro-Planar T 100mm f/2. Entrambi si presentano nella classica finitura nero opaco decisamente elegante ed affascinante, ma soprattutto è la qualità dei materiali utilizzati che li rende unici nel loro genere, anche se a differenza degli obiettivi di queste ultime generazioni non sono dotati di guarnizioni per proteggerli dalla polvere o dall&#8217;acqua. Le finiture tutte incise danno poi un tocco in più di eleganza rispetto alle diciture stampate sugli obiettivi di oggi delle altre case produttrici. Anche i paraluce sono completamente in metallo. Il peso non è al passo con i tempi, i materiali leggeri ma resistenti non sono cosa da Zeiss: il 18mm pesa 470g mentre il Makro addirittura 680g! Nonostante ciò sono molto pratici nell’utilizzo per via delle ghiere di messa a fuoco e di selezione del diaframma molto fluide e precise nel movimento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>di Luca Forti</em></span></p>
<p><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/Zeiss.pdf">Leggi l&#8217;articolo intero in pdf</a></p>
<p><span style="color: #000000;">© Editrice Reflex Srl</span>
<div class="shr-publisher-3632"></div>
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		<title>Fish eye da&#8230; aggiungere!</title>
		<link>http://www.reflex.it/fish-eye-da-aggiungere/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 09:42:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Obiettivi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una volta erano molto diffusi: gli aggiuntivi fish eye si montavano sull’obiettivo e trasformano il classico 50mm in un fish eye a visione circolare, oppure un mediotele in un supergrandangolare]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><br />
<h3>Una volta erano molto diffusi: gli aggiuntivi fish eye si montavano sull’obiettivo e trasformano il classico 50mm in un fish eye a visione circolare, oppure un mediotele in un supergrandangolare</h3>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-577" style="margin-bottom: 10px;" title="Fish eye da... aggiungere!" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/Picture-4.jpg" alt="" width="200" height="134" />Vogliamo tornare indietro di qualche anno e  ripercorrere una strada che molti fotoamatori allora praticavano? Bene,  iniziamo il nostro percorso a ritroso nel tempo andando in un mercatino  dell’usato ed antiquariato fotografico. Il calendario è ricco di  appuntamenti (solo questo mese segnaliamo: 2 marzo mercatino a Limena PD  e in contemporanea a Faenza, poi il 10 a Soave VR, il 17 a Terranova  Bracciolini AR, il 23 e 24 il FotoRoma Show con un ampio padiglione  dedicato al mercatino fotografico). Dunque, andando ad una di queste  mostre-mercato, oppure rivolgendosi ad un negozio<img class="alignleft size-full wp-image-576" title="Fish eye da... aggiungere!" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/Picture-3.jpg" alt="" width="200" height="278" /> specializzato che  tratta anche materiale usato, è possibile acquistare un cosiddetto  aggiuntivo fish eye. Di cosa si tratta? Presto detto.<br />
Questo strano obiettivo ha la caratteristica di essere  innanzitutto economico, il che è un pregio non trascurabile. Diciamo che  nel mondo dell’usato si può trovare (in ottime condizioni) da 35 Euro  in su., ma attenzione vi potreste anche sentire chiedere 100 Euro ed  allora rifiutate con sdegno!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma prima di acquistare un simile aggiuntivo dovete anche  fare attenzione se vi viene dato l’anello di raccordo: già questo strano  obiettivo va infatti montato su un altro obiettivo! La coppia classica è  50mm con accoppiato l’aggiuntivo fish eye e si otterrà un vero e  proprio fotogramma tondo, come quelli che fornisce un autentico  obiettivo ad occhio di pesce: angolo di campo di 180° in un cerchio del  diametro di 23mm. Però l’aggiuntivo in questione può essere montato  anche su un mediotele (tipo 85mm) e si otterrà non<img class="alignleft size-full wp-image-574" title="Fish eye da... aggiungere!" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/Picture-1.jpg" alt="" width="200" height="300" /> più una immagine  completamente circolare, ma una visione ed una ripresa  supergrandangolari.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accoppiata funziona così: si avvita l’aggiuntivo  sull’obiettivo (noi abbiamo scelto il classico ed intramontabile 50mm)  grazie all’anello di raccordo. Sull’obiettivo della fotocamera si  imposta l’apertura di diaframma alla massima apertura, così come  sull’aggiuntivo fish eye. La ghiera della messa a fuco del 50mm va  posizionata sull’infinito e, per quanto riguarda l’esposizione, sarà  bene lavorare in manuale. Si può prendere l’esposizione che viene  fornita dall’esposimetro della reflex con il suo obiettivo, si monta poi  l’aggiuntivo fish eye e si scatta variando l’esposizione in più ed in  meno di uno stop. Noi, comunque, in una splendida giornata romana  abbiamo fotografato utilizzando come base la classica coppia 1/125 di  sec. a f/8 e poi variando di uno stop in più ed in meno. Il divertimento  è davvero assicurato!</p>
<p>Reflex © marzo 2002<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-575" title="Fotografia scattata con un obiettivo Fish eye" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/Picture-2.jpg" alt="" width="200" height="191" />
<div class="shr-publisher-573"></div>
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		<title>Cosa su cosa?</title>
		<link>http://www.reflex.it/cosa-su-cosa/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 09:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Obiettivi]]></category>

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		<description><![CDATA[Conviene montare ottiche di ieri su reflex digitali di oggi?
Funzioneranno AF ed esposimetro? Vediamo le unioni caso per caso,
iniziando con un corpo Canon.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><br />
<h3 style="text-align: center;">Conviene montare ottiche di ieri su reflex digitali di oggi?<br />
Funzioneranno AF ed esposimetro? Vediamo le unioni caso per caso,<br />
iniziando con un corpo Canon.</h3>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-570 alignleft" title="COSA SU COSA?" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/capob5.jpg" alt="" width="177" height="177" />Siamo stati presi da un dubbio. Ha forse ragione chi  dice che si è sostanzialmente esaurita la possibilità di montare gli  obiettivi di ieri, facilmente reperibili sui mercatini dell&#8217;usato, sulle  reflex digitali di oggi? È forse finita l&#8217;era di una facile  intercambiabilità? Qualche fotografo afferma di sì.<br />
In parte, ma solo in parte, possiamo essere d&#8217;accordo. Una parziale  sconfitta tecnologica, una negazione della continuità dei sistemi  fotografici, può essere spiegata in modo molto semplice. All&#8217;origine c&#8217;è  il dilagare dell&#8217;elettronica, in particolare la varietà e la  complessità delle trasmissioni elettriche che spesso esistono tra  fotocamere e obiettivi e le conseguenze non devono essere sottovalutate.<br />
Entriamo nei dettagli. Se un vecchio obiettivo non può dialogare con  la fotocamera che lo riceve, succede a volte, anche se non sempre, che  l&#8217;esposimetro incorporato nella macchina non funzioni. È il caso più  scomodo, perché obbliga il fotografo ad adoperare un esposimetro  esterno. Per fortuna però, moltissime reflex moderne mantengono la  funzionalità del loro esposimetro incorporato, pur chiedendo un  sacrificio. È quello che la misurazione deve essere effettuata in  modalità stop-down, cioè chiudendo il diaframma all&#8217;apertura di lavoro.  La soluzione è scomoda perché durante la misurazione esposimetrica  succede che la scena, nel mirino, diventa buia, si oscura. Lo stop-down,  infatti, fa perdere la preselezione automatica del diaframma.<br />
In secondo luogo: possiamo dare per scontato che, montando ottiche  vecchie su corpi macchina nuovi, si perde la funzionalità autofocus.  Siamo quindi obbligati a passare alla messa a fuoco manuale, che deve  essere stimata sul vetro smerigliato del mirino. Attenzione, tuttavia,  perché la situazione cambia da macchina a macchina. In relativamente  pochi casi, particolarmente favorevoli, su qualche fotocamera viene  mantenuta l&#8217;assistenza autofocus. Il sistema AF agisce cioè come  telemetro elettronico. È vero che non muove le lenti dell&#8217;obiettivo ma  segnala il raggiungimento della nitidezza accendendo la consueta  segnalazione nel mirino; è un comodo aiuto.</p>
<p>Reflex, settembre 2008</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/ibridi.pdf" target="_blank">Scarica l&#8217;articolo completo qui</a></p>
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		<title>Tecnologia &#8211; Il diaframma ottimale</title>
		<link>http://www.reflex.it/tecnologia-il-diaframma-ottimale/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 09:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Obiettivi]]></category>

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		<description><![CDATA[L’apertura di diaframma condiziona la qualità di una fotografia,
sia come nitidezza sia come profondità di campo nitido.
Vediamo come ricercarne il valore ottimale]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><br />
<h3 style="text-align: center;">L’apertura di diaframma condiziona la qualità di una fotografia,<br />
sia come nitidezza sia come profondità di campo nitido.<br />
Vediamo come ricercarne il valore ottimale</h3>
<p style="text-align: justify;">Si scatta, poi si osserva con occhio critico la fotografia e ci si  chiede: sarebbe stato possibile ottenere un risultato tecnicamente  migliore? L’esperto di turno dice subito che, se avessimo chiuso  maggiormente il diaframma, la nitidezza sarebbe stata tutta un’altra  cosa. Normalmente, è proprio così e viene dunque spontaneo chiedersi in  quale misura l’apertura influisca sul risultato. Non basta: osserviamo,  per di più, che l’avvento del digitale sorprende perché ci fa constatare  che, molto spesso, la profondità di campo nitido appare normalmente  molto più estesa. C’è dell’altro: se osserviamo attentamente molte  fotocamere digitali notiamo che la loro scala diaframmi presenta pochi  valori, spesso non si spinge oltre f/11. Anche questo fatto aumenta le  perplessità: ha dunque ragione chi dice che ciò che conta è scattare  sempre con quel “diaframma ottimale” che, si sussurra, deve equivalere a  f/9.5?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-565" title="Circoli di confusione" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/CircoliConfusione.jpg" alt="" width="472" height="340" />È il momento di provare ad avanzare qualche considerazione sul tema.<br />
La nitidezza in profondità. Affrontiamo il tema partendo da  lontano. Diciamo che l’occhio umano sa valutare bene la nitidezza di una  fotografia, sa analizzarla in modo molto critico. Pretende di  distinguere bene anche piccoli dettagli. Quanto piccoli? Diciamo che  ogni immagine è costituita da un insieme di punti che “descrivono”  minuscoli particolari. A bene guardare, però, questi dettagli appaiono  nitidi quando sono disegnati da punti che siano davvero tali. La cosa si  fa difficile: si sa bene che il concetto stesso di punto è una  idealizzazione teorica. Per essere più precisi dovremmo dire che ogni  punto è, in realtà, un microscopico e piccolissimo cerchietto che noi  interpretiamo come punto.<br />
Ne deriva quindi, automaticamente, una domanda: quale misura  deve avere il diametro di uno di questi cerchietti, per potere essere  ritenuto “un punto” dall’occhio umano?<br />
Gli studiosi hanno analizzato attentamente i meccanismi della  visione. Sono arrivati alla conclusione che l’occhio è in grado di  distinguere al massimo 6 coppie di linee per millimetro. È un livello di  nitidezza in corrispondenza al quale l’occhio riesce a separare  distintamente piccoli elementi, affiancati, che si presentino con un  contrasto abbastanza vivace. Si tratta di conteggi interessanti. Tra  l’altro, nella fotografia digitale, sono proprio questi i parametri  posti alla base di una decisione chiave: quella che porta ad assumere  come risoluzione indispensabile, per realizzare stampe di qualità e  lavori editoriali, il valore di 300dpi (dot per inch, punti per  pollice).<br />
Torniamo al cuore del nostro problema ed esaminiamo alcuni  aspetti funzionali, che permettono di descriverlo in modo pratico. In  breve: constatiamo che per potere spiegare quanto i cerchietti debbano  essere piccoli per potere essere considerati come punti è necessario  introdurre un altro elemento. È quello che è stato battezzato circolo di  confusione.<br />
Lo definiamo come il cerchietto che, sul piano di messa a fuoco,  il nostro occhio accetta come “punto”.<br />
Lasciamo agli ottici di professione gli aspetti di analisi  matematica di questo problema. Qui, ci limitiamo a considerazioni  pratiche. Diciamo quindi che, per comprendere che cosa succede quando si  fotografa con diverse aperture di diaframma, soprattutto per capire  come varia la profondità di campo nitido, si deve valutare il diametro  del cono di luce che l’obiettivo proietta verso il sensore.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-564  aligncenter" title="TECNOLOGIA - Il diaframma ottimale" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/Latemar.jpg" alt="" width="591" height="328" /></p>
<p style="text-align: justify;">A questo scopo analizziamo due casi.<br />
Uno, l’obiettivo viene adoperato con il diaframma tutto aperto.  La messa a fuoco viene eseguita con precisione, sul sensore. L’immagine  proiettata su di esso appare perfettamente nitida. Dunque, un punto  appare come punto. Attenzione, però: il cono di luce proiettato sul  sensore è molto aperto, ha un angolo molto pronunciato. Ciò significa  che quello che appare come un “punto”, sul sensore, risulta essere un  cerchio di diametro abbastanza ampio sui piani, paralleli, che  immaginiamo intersecare il fascio di luce prima e dopo il sensore.  Insomma: succede che i punti “fuori fuoco” mostrano circoli di  confusione che non possono essere paragonati a punti. È chiaro che  questi punti disegnano un’immagine che appare sfocata.<br />
Due, l’obiettivo viene adoperato con un diaframma molto chiuso.  La messa a fuoco viene eseguita con precisione, sul sensore. L’immagine  proiettata su di esso appare perfettamente nitida. Dunque, un punto  appare come punto. Attenzione: se il valore di diaframma è decisamente  chiuso, il cono di luce proiettato sul sensore in questo caso è molto  stretto. Ne deriva una conseguenza interessante: il diametro dei  cerchietti che la luce disegna, sui piani fuori fuoco prima e dopo il  sensore, è molto contenuto. È così stretto da riuscire a risultare più  piccolo del diametro del circolo di confusione che caratterizza quel  determinato obiettivo. Ne deriva anche un’altra conseguenza: i  particolari della scena inquadrata che sono collocati davanti e dietro  il soggetto principale risultano, comunque, descritti con precisione.  L’occhio li percepisce come nitidi. La profondità di campo appare essere  di conseguenza molto estesa.<br />
Entrambe le opzioni fotografiche sono valide e utili. Di solito  succede che un fotografo paesaggista desidera che tutta la scena risulti  nitida, dal primo piano all’infinito. Al contrario, può accadere che un  fotografo ritrattista desideri sfocare gli elementi distraenti, quelli  dietro al soggetto inquadrato. Di conseguenza: il primo preferirà usare  diaframmi chiusi, il secondo diaframmi aperti.<br />
La situazione fino a qui considerata è tra l’altro di interesse  generale, perché vale sia per la fotografia su pellicola sia per la  fotografia digitale.<br />
È normalmente riassunta dalla semplice regola che dice che quando si  chiude il diaframma si aumenta la profondità di campo nitido, quando  invece lo si apre la si diminuisce.<br />
Profondità di campo e lunghezza focale. Abbiamo detto che  l’apertura di diaframma condiziona l’estensione della profondità di  campo nitido, ed è vero. Tuttavia, occorre fare attenzione: un parametro  che la condiziona è anche l’ingrandimento con il quale si effettua la  ripresa. Ciò equivale a dire che, nel gioco, influisce anche la focale  dell’obiettivo usato. Le immediate conseguenze sono due.<br />
Primo, scattare con obiettivi grandangolari, cioè con focali  corte, significa potere disporre di una profondità di campo nitido più  estesa. È una regola generale, valida sia per la fotografia analogica  sia per quella digitale;<br />
Secondo, scattare con focali “corte”, in questo caso intendendo  lunghezze focali di pochi millimetri come quelle che compaiono  soprattutto sulle fotocamere digitali compatte e che sono la conseguenza  del dovere adeguare l’obiettivo alle minuscole dimensioni di un piccolo  sensore, porta ad un considerevole aumento della profondità di campo  apparente. Questa seconda condizione, che suscita la curiosità e  l’interesse dei fotografi, merita di essere analizzata in dettaglio. È  ciò che facciamo, qui di seguito.<br />
Nel mondo digitale. Non c’è dubbio che anche nel mondo digitale  valgono le consuete regole dell’ottica, quelle stesse che valgono nel  mondo della pellicola. Per un fotografo che disponga di una reflex  digitale con sensore full-frame, cioè 24x36mm, è infatti facile  constatare che nulla cambia, anche rispetto alla profondità di campo  nitido ottenibile ai diversi diaframmi, rispetto a quanto era solito  ottenere scattando fotogrammi 24x36mm tradizionali, su pellicola.<br />
Attenzione, però. Le cose cambiano, considerevolmente, quando si  adoperano fotocamere reflex digitali con sensore ad esempio in formato  APS o, ancora di più, fotocamere digitali compatte che sono  caratterizzate da sensori molto più piccoli. Ciò che conta, precisiamo,  non è il numero di pixel di un sensore ma la sua superficie utile.<br />
Il ragionamento chiave che è necessario fare è molto semplice:  se un sensore digitale ha una dimensione inferiore a quella di un  fotogramma 24x36mm (che assumiamo come riferimento), ne deriva che, per  mantenere invariato l’angolo di campo che l’obiettivo riprende, la  focale dell’ottica deve essere più corta, in valore assoluto. A questo  punto, considerato che le formule di calcolo rimangono invariate,  succede che a parità di valore diframma l’obiettivo di focale più corta  offre una maggiore profondità di campo nitido.<br />
Cerchiamo di scoprire perché tutto questo accade.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/04/DiaframmaOttimale.pdf" target="_blank">Scarica tutto l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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