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	<title>Reflex.it &#124; dal 1996 la prima rivista italiana di fotografia sul web &#187; Tecnica</title>
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		<title>Mario Cangelli, infrarosso mon amour</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Apr 2013 07:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mario Cangelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli affascinanti paesaggi di un fotografo che esplora i confini del visibile con l’infrarosso digitale. Ecco la sua tecnica. di Eugenio Martorelli * Mario Cangelli, oltre a essere una persona molto cortese e disponibile, è anche, passateci il termine, un fotografo sfegatato, un vero appassionato che porta avanti allo stesso tempo le sue ricerche visive [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic -->
<div id="_mcePaste"><strong>Gli affascinanti <span style="font-size: 13px;">paesaggi di un </span><span style="font-size: 13px;">fotografo che </span><span style="font-size: 13px;">esplora i confini </span><span style="font-size: 13px;">del visibile </span><span style="font-size: 13px;">con l’infrarosso </span><span style="font-size: 13px;">digitale. Ecco la </span><span style="font-size: 13px;">sua tecnica.</span></strong></div>
<div><em>di Eugenio Martorelli *</em></div>
<div><em><br />
</em></div>
<div>Mario Cangelli, oltre a essere una persona molto cortese e disponibile, è anche, passateci il termine, un fotografo sfegatato, un vero appassionato che porta avanti allo stesso tempo le sue ricerche visive e quelle tecniche; un appassionato vecchio stile, possiamo dire, anche se in lui di vecchio non c’è proprio niente, visto che ha poco più di cinquant’anni.</div>
<div>
<div id="attachment_8828" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2013/04/CANGELLI1.jpg"><img class="size-medium wp-image-8828 " title="&lt;b&gt;Alpe di Siusi, Nikon D70 con filtro IR-UV. Nikkor 17-70mm a 18mm; 1/50 sec a f/7.1 per Iso 200 - © Mario Cangelli &lt;/b&gt;" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2013/04/CANGELLI1-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" /></a>
<p class="wp-caption-text">Alpe di Siusi, Nikon D70 con filtro IR-UV. Nikkor 17-70mm a 18mm; 1/50 sec a f/7.1 per Iso 200 &#8211; © Mario Cangelli </p>
</div>
<p>Cangelli vive ad Arezzo ed è innamorato della sua città. Uomo di formazione scientifica, con un debole per l’elettronica, ci racconta con entusiasmo della sua formazione di fotografo, delle tante fotocamere passate e presenti, “invidiavo mio padre che ci scattava foto (poche) con una vecchia Kodak Brownie e mi sembrava di toccare il cielo quando mi lasciava fare uno scatto”, poi “una Werra, sempre del babbo, con il 50mm fisso, per cui tutto a mano, niente automatismi” e quindi “nei primi anni ‘80 il primo lavoro serio, un po’ di soldini si vedono e&#8230; si spendono: meravigliosa Chinon CE4, reflex jap che era in concorrenza con le varie Pentax MX e Nikon di allora”. Ma anche se, in seguito, per alcuni anni “la passione scema, la vita cambia e ci sono anche altre cose da fare, con l’avvento del digitale torna il vecchio amore, l’elettronica, in più applicata alla mai sopita passione per le fotografie; e il danno è fatto: riprendo a pieno ritmo, studiandomi modelli e soluzioni man mano vengono presentate al grande pubblico”.</p>
</div>
<div>E ci parla di una Kodak da 1,3 megapixel, di una Fuji S7000 (“che rimpiango ancora di avere dato indietro”) e della prima reflex digitale, una Canon EOS 350D, in seguito affiancata da una EOS 50D, che prima è servita come secondo corpo e poi e poi è finita… sul tavolo operatorio, in quanto è stata la prima macchina da lui modificata per ottenere un ‘vero’ infrarosso. Ma andiamo con ordine.</div>
<div>A un certo punto della vita Cangelli scopre l’infrarosso. E’ un amore a prima vista. E con quanto trasporto, ne parla: “Infrarosso è una parola magica, con un che di misterioso ed affascinante già nella sua etimologia, una passione che si scatena una volta appreso di che si tratta, aprendo nuovi orizzonti e scenari, una tecnica che consente di vedere con occhi nuovi, oltre quello che l’occhio percepisce nell’immediato, sviscerando scenari incredibili anche dalla quotidianità e dal déja vu. Di magico in effetti non c’è nulla, solo che il risultato è così spettacolare ed appariscente, che fa spalancare gli occhi”.</div>
<div><strong>Vediamo di che si tratta.</strong> “Quando si fotografa all’infrarosso” spiega Cangelli “si va a riprendere una parte limitata dello spettro visivo, quello delle frequenze basse della luce, diciamo al di sotto dei 600 nanometri (nm) circa, banda che invece viene in genere attenuata da appositi filtri, in tutte le fotocamere digitali, perché ritenuta dannosa per l’ottenimento di immagini pulite e senza rumore”. Questo perché i sensori digitali, a differenza dell’occhio umano, hanno una sensibilità molto estesa verso l’infrarosso (IR). In pratica, davanti a tutti i sensori si trova posizionato un filtro taglia banda (IR CUT) che arresta le lunghezze d’onda dell’infrarosso dalle informazioni che arrivano ai pixel del sensore. La soluzione più semplice ed economica per fare le prime esperienze è quella di procurarsi un filtro IR (che taglia buona parte delle radiazioni del visibile, lasciando passare quelle infrarosse) da avvitare sull’obiettivo.</div>
<div>“Il problema di tale soluzione”, dice Cangelli “è che essendo il filtro di un rosso molto scuro, praticamente nero, si porta via circa 5 stop di luce, per cui non si vede nulla nel mirino, la composizione e la messa a fuoco vanno fatte senza filtro, che va poi montato per valutare l’esposizione, oppure bisogna farla in manuale; i tempi di esposizione si allungano molto, al di sopra dei 30 secondi, il che richiede l’uso del treppiedi; il tutto non è praticissimo, ma qualcosa di solito si ottiene”.</div>
<div>Il “qualcosa” è dovuto al fatto che il filtro IR CUT sul sensore taglia di suo buona parte delle radiazioni infrarosse, mentre il filtro IR sull’obiettivo abbatte buona parte delle spettro visibile. E in questo modo ai pixel arriva molto poco segnale. Continua Cangelli: “Quando in post produzione si va a contrastare e migliorare luminosità ed altri parametri, si ottiene sempre la produzione di rumore, in quanto, amplificando il segnale attenuato su tutta la banda, si amplifica nello stesso modo anche il rumore che genera di suo il sensore: i tempi di posa allungati non migliorano certo la situazione, introducendo ulteriore rumore. L’effetto, comunque, si vede; l’IR c’è, anche se il file che si ottiene non è che sia bellissimo al primo sguardo, un bel mix di passaggi tonali sul rosa marroncino-rosso arancio. Ma è sufficiente tirarselo dentro in Camera Raw, bilanciare il bianco con il contagocce sull’erba, e la musica cambia; la vegetazione diventa bianca, con sfumature di grigio, luminosa e brillante, ancora un passaggio con ‘auto tone’ per bilanciare i livelli ed il gioco è praticamente fatto, salvo aggiustamenti di gusto personale”, ma sono aggiustamenti che possono fare la differenza.</div>
<div><strong></p>
<div id="attachment_8829" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2013/04/FA_606_1246604800.jpg"><img class="size-medium wp-image-8829" title="Maneggio di periferia (AR). Canon EOS 350D, con filtro 720nm sul sensore. Correzione livelli e contrasto. Canon EF-S 17-85mm a 20mm; 1/50 sec a f/5.6 per Iso 100 - © Mario Cangelli" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2013/04/FA_606_1246604800-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>
<p class="wp-caption-text">Maneggio di periferia (AR). Canon EOS 350D, con filtro 720nm sul sensore. Correzione livelli e contrasto. Canon EF-S 17-85mm a 20mm; 1/50 sec a f/5.6 per Iso 100 &#8211; © Mario Cangelli</p>
</div>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>Perché la vegetazione diventa bianca?</strong> “Molto semplicemente la macchina ha rilevato le emissioni di IR, che sono fortissime sulla vegetazione grazie alla clorofilla che scorre nelle piante e funge da riflettore della radiazione IR; tutto quello che è verde e sue sfumature diventa bianco e grigio, con una incredibile luminosità, regalando all’immagine un che di onirico e fantasy”.</p>
</div>
<div>Mario Cangelli non è geloso della sua tecnica; anzi la condivide con molto piacere con noi. “Per migliorare ancora l’aspetto e l’impatto di tali immagini, e renderle più simili alla realtà, si usa in genere effettuare lo swap (ossia l’inversione) dei canali Rosso e Blu con il Miscelatore canale di Photoshop (Menù Immagini&gt; Regolazioni&gt;Miscelatore canale). In questa maniera il cielo torna azzurro, la vegetazione rimane bianca, con un elegante mix di sfumature sui due colori. In pratica, prima si seleziona il canale del rosso e si porta il valore del rosso da 100% a 0% e quello del blu da 0% a 100%. Poi si seleziona il canale del blu e si porta il rosso da 0% a 100% e il blu da 100% a 0%”.</div>
<div><span style="font-size: 13px;">Mario Cangelli afferma anche che “una piacevole soluzione è anche quella di convertire il file in bianconero, con risultati che ricordano molto quelli della pellicola, pur senza la magia degli aloni bianchi sul verde dati ad esempio dalla bianconero Kodak High- Speed Infrared Film”.</span></div>
<div><span style="font-size: 13px;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-size: 13px;"><strong>Se però si vuole veramente entrare in un’altra dimensione, la soluzione è quella di usare una reflex dedicata.</strong> Ci spiega: “Il motivo è semplice; con una modifica si rimuove il filro IR CUT sul sensore (ma anche quello antialiasing ad esso incollato, ottenendo inoltre maggior dettaglio nei particolari minuti) sostituendoli con un filtro IR, in genere con taglio a 720nm. In questo modo si può inquadrare, comporre e focheggiare come con una macchina normale, ed anche i tempi di esposizione sono quelli soliti; uno strumento da usare senza patemi d’animo, concentrandosi solo sulla composizione e la scelta del soggetto. Per la messa a fuoco non ci sono problemi, i laboratori che fanno le modifiche, tarano anche l’autofocus per la nuova soluzione. Costi? Circa 250 euro, con la garanzia di un lavoro pulito e funzionante, su molte macchine”.</span></div>
<div><span style="font-size: 13px;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-size: 13px;"><strong>I più ardimentosi possono tentare anche la strada del fai da te</strong>, ma serve sicuramente un’ottima manualità e bisogna lavorare con la mascherina e in totale assenza di polvere. La reflex più facile da modificare è la Nikon D70, “quella più diffusa fra gli smanettoni; con il filtro IR a tiro, in 15 minuti si riesce a fare la modifica. E su internet si trovano degli ottimi tutorial”, continua Mario Cangelli, che confessa: “Mi sono talmente appassionato a questa tecnica che ormai ne ho ben tre di reflex IR: la già citata Canon EOS 350D con filtro a 720nm e una Nikon D70 con filtro uguale (ma che dà risultati diversi essendo diverso il sensore, CCD invece di CMos, ed il filtro è di altro produttore. Non contento di queste soluzioni, mi son voluto spingere oltre, con una ulteriore D70 allestita con filtro a doppio taglio, in pratica fa passare il 70% di ultravioletto ed il 30% di infrarosso, abbattendo quasi del tutto il visibile: cambia la resa cromatica con risultati decisamente differenti e, come al solito, inusuali”. </span></div>
<div><span style="font-size: 13px;"></p>
<div id="attachment_8824" class="wp-caption aligncenter" style="width: 586px"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2013/04/FA_606_1353484756.jpg"><img class="size-full wp-image-8824   " title="&lt;b&gt;Monticchiello (SI): veduta della Val d'Orcia con Pienza sullo sfondo. Nikon D70 modificata con filtro IR-UV, correzione dei soli toni e contrasto. Nikkor 17-70mm a 31mm; 1/60 sec a f/6.3 per Iso 200. - © Mario Cangelli&lt;/b&gt;" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2013/04/FA_606_1353484756.jpg" alt="" width="576" height="383" /></a>
<p class="wp-caption-text">Monticchiello (SI): veduta della Val d&#39;Orcia con Pienza sullo sfondo. Nikon D70 modificata con filtro IR-UV, correzione dei soli toni e contrasto. Nikkor 17-70mm a 31mm; 1/60 sec a f/6.3 per Iso 200. &#8211; © Mario Cangelli</p>
</div>
<p>Osservando le fotografie che pubblichiamo in queste pagine si rimane sicuramente colpiti dalla bellezza degli effetti che il nostro fotografo riesce ad ottenere, ma a noi piace molto anche la sua sensibilità visiva, sorretta dalla scelta dei soggetti e dalle accurate inquadrature. Ma, tecnica a parte, come si fa a emularlo? Ci dice Cangelli in conclusione: “Ormai non mi muovo mai senza le mie IR, quale che sia il motivo dell’uscita per fare riprese, almeno una di loro viene inserita nell’equipaggiamento, non si sa mai; l’ho lasciata a casa una volta e me ne sono pentito amaramente, non si ripeterà. Per i soggetti non c’è che l’imbarazzo della scelta, ricordando che la vegetazione diventa bianca, basta andare a cercare angoli e scorci ricchi di erba e piante con foglie verde chiaro; le sempreverdi, conifere, non hanno una resa particolarmente efficace, ma assumono colori che vanno dal bianco al grigino, bronzo dorato con effetti spesso piacevoli”. Non resta che provare.</p>
<p></span></div>
<div><span style="font-size: 13px;"><em>I lavori di Mario Cangelli si possono vedere sul web agli indirizzi <a href="mariocangelli.altervista.org" target="_blank">mariocangelli.altervista.org</a> e <a href="http://www.fotoarts.org/MarioCangelli" target="_blank">www.fotoarts.org/MarioCangelli</a>. L’autore ci ha volentieri autorizzati a pubblicare la sua email: mariocan chiocciola gmail.com</em></span></div>
<div><span style="font-size: 13px;"><em><br />
</em></span></div>
<div><span style="font-size: 13px;"><em>* </em>Caporedattore FOTOGRAFIA REFLEX</span></div>
<div class="shr-publisher-9744"></div>
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		<title>CSC, pro e contro</title>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2011 08:37:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le Compact System Camera stanno a metà strada fra le compatte e le reflex. Per quale fotografo sono adatte? di Eugenio Martorelli Nello scorso numero della rivista (FR, agosto 2010) abbiamo pubblicato un dossier sulle fotocamere compatte a sistema (CSC), in cui abbiamo presentato le macchine prodotte a partire dalla prima Panasonic Lumix G1 fino [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/csc.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4959" title="csc" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/csc-300x258.jpg" alt="" width="201" height="173" /></a></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em>Le Compact System Camera stanno a metà strada fra le compatte e le reflex. Per quale fotografo sono adatte?</em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #000000;">di Eugenio Martorelli</span><br />
</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nello scorso numero della rivista (FR, agosto 2010) abbiamo pubblicato un dossier sulle fotocamere compatte a sistema (CSC), in cui abbiamo presentato le macchine prodotte a partire dalla prima Panasonic Lumix G1 fino all’ultima (mentre scriviamo) Sony NEX-5, confrontato le caratteristiche tecniche dei diversi modelli e sistemi, analizzato le differenze in termini di sensore e di innesto obiettivi delle diverse fotocamere senza specchio, ossia mirrorless, come sono anche definite. Per chi ci segue solo saltuariamente, ricordiamo che le CSC sono di fatto un nuovo concept di apparecchio fotografico nei quali all’intercambiabilità delle ottiche si unisce un sistema di visione elettronica continua sul display (LiveView) della scena inquadrata, e a cui spesso si unisce un mirino elettronico ad oculare (EVF). A oggi, inizio agosto, i produttori di sistemi CSC sono quattro, Olympus, Panasonic, Samsung e Sony, ma molte novità sono previste per la tarda estate e l’inizio autunno, in particolare alla Photokina di Colonia, a fine settembre, dove altri giocatori potrebbero entrare in una partita che si preannuncia interessante.<br />
In questo articolo cerchiamo invece di capire quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle CSC dal punto di vista pratico, cioè del loro utilizzo sul campo, soprattutto per stabilire a quali generi di ripresa siano più adatte e quindi quale sia il loro utente ideale. Iniziamo dal peso e dall’ingombro. Diciamo per prima cosa che tutti gli apparecchi in commercio sono caratterizzati da un’eccellente qualità costruttiva; non si tratta quindi di macchine economiche, anche perché il loro prezzo con lo zoom standard a corredo oscilla fra i 500 e gli 800 euro. L’ingombro delle CSC in gran parte dei casi è più simile a quello di una grossa compatta che di una piccola reflex entry level, anche per i modelli con mirino elettronico come le Lumix serie G e la Samsung NX. Il peso solo corpo va dai 385g della Lumix G2 ai 230g della Sony NEX-5 ed è quindi piuttosto ridotto. Ad ingombro e peso limitato del corpo macchina si unisce quello degli obiettivi che è senz’altro inferiore di quello dei pari focale dei sistemi reflex tradizionali.<br />
Questo fa delle CSC le compagne ideali per un week end all’insegna della fotografia, anche con un corredo di più obiettivi, senza caricare troppo la borsa dell’attrezzatura. Per un reportage di viaggio vero e proprio, invece, l’appassionato potrebbe trovare una CSC un po’ “stretta” rispetto a una reflex, non fosse per il sistema di visione più limitato. Diverso il caso in cui la macchina venga messa in borsa come secondo corpo nel caso di compatibilità con gli obiettivi della propria reflex. Ma per questo argomento vi rimandiamo al riquadro sugli anelli di raccordo che pubblichiamo in queste stesse pagine.<br />
Passiamo quindi ai sistemi di visione che, oltre ad essere l’interfaccia principale fra il fotografo e la sua macchina, sono anche la discriminate su cui sono basate le compatte a sistema. Infatti, è stata proprio l’abolizione dello specchio reflex che ha permesso la nascita di questa nuova tipologia. Vediamo anzitutto le CSC con mirino elettronico. Questa tecnologia che consente di portare all’occhio la macchina, è negli ultimi anni molto migliorata. Gli EVF sono aumentati di risoluzione, raggiungendo i 900mila punti immagine e non sono più afflitti dai fastidiosi effetti cometa tipici dei mirini elettronici di vecchia generazione. In condizioni di luce normale gli EVF si comportano molto bene, mentre in luce forte tendono a scurire e a contrastare l’immagine. Un vero mirino reflex è quindi tutta un’altra cosa.<br />
A favore degli EVF va detto che l’assenza di specchio reflex permette di semplificare la costruzione (con buoni risparmi sui costi, che finora sono stati però lucrati dai produttori) e, soprattutto, elimina le vibrazioni al momento dello scatto, permettendo riprese a mano libera con tempi più lunghi. Diverso il caso delle CSC che offrono solo la visione sul display posteriore; in questo caso la situazione è esattamente quella di una compatta, ad obiettivi intercambiabili ma pur sempre una compatta. <a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/csc_2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4960" title="csc_2" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/csc_2-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a><br />
Passando alle funzioni dell’apparecchio, le fotocamere CSC offrono in genere un sistema di menu semplificato rispetto alle reflex, caratterizzato anche da un maggior utilizzo di simboli grafici; in questo senso sono più simili alle compatte. La presenza costante dei programmi di esposizione tematici e di quelli scena le avvicina allo stesso tempo alle reflex destinate ai principianti. Insomma, secondo l’industria, le CSC sarebbero destinate a chi vuole fare il salto dalla compatta verso la reflex ma non si vuole imbarcare con troppe complicazioni. Noi non siamo del tutto d’accordo con questa idea, anche perché le compatte a sistema offrono una grande versatilità, che in alcuni modelli più strutturati è quella di una vera reflex. Lo rivelano dettagli come la presenza su alcuni modelli, per esempio, di pulsanti dedicati per l’anteprima della profondità di campo, la compensazione dell’esposizione e il blocco della lettura esposimetrica.<br />
Per chi fosse preoccupato per la qualità dell’immagine, diciamo subito che tutte le CSC in commercio montano sensori e processori d’immagine delle reflex da cui sono derivate. Ne consegue che, rispetto alle compatte, le CSC hanno sensori di dimensioni molto più grandi e sulle fotografie si vede, a cominciare dal dettaglio per arrivare alla gestione del rumore alle alte sensibilità Iso. Da questo punto di vista qui non si discute: la qualità immagine di una fotocamera compatta a sistema è quella della reflex di base della stessa marca, Olympus per Olympus, Panasonic per Panasonic, Samsung per Samsung (o meglio, Pentax) e Sony per Sony.<br />
Un tipo di fotografo a cui una CSC potrebbe piacere molto è lo sperimentatore. L’intercambiabilità degli obiettivi unita a un ridotto tiraggio permette tramite anelli adattatori di montare sulla macchina un’infinità di dispositivi ottici. Se a questo aggiungiamo l’altro grosso vantaggio deelle CSC che è il lavorare in LiveView continuo (e quindi di poter misurare l’esposizione con il diaframma all’effettiva apertura di lavoro), abbiamo la possibilità di rinverdire i fasti di tantissimi obiettivi del passato. La messa a fuoco, salvo con le ottiche compatibili se dotate di proprio motore AF, sarà però rigorosamente manuale.<br />
Un ultimo punto sull’AF. Le fotocamere compatte a sistema sfruttano il sensore per la messa a fuoco, con la tecnologia del rilevamento del contrasto sul soggetto. La velocità dell’AF anche nelle condizioni migliori (obiettivi originali, luce forte, soggetto adatto) non è quindi quella di una reflex con sensore AF dedicato che funzioni a contrasto di fase. Per la fotografia sportiva le fotocamere compatte a sistema sono decisamente sconsigliate. </span></p>
<p><span style="color: #3366ff;"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/csc-pro-e-contro.pdf">Leggi l&#8217;articolo intero in PDF</a></span></p>
<p><span style="color: #3366ff;"><span style="color: #000000;">© Editrice Reflex Srl</span><br />
</span>
<div class="shr-publisher-4958"></div>
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		<title>Ritratto facile</title>
		<link>http://www.reflex.it/ritratto-facile/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 13:48:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[teoria del ritratto]]></category>

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		<description><![CDATA[A me gli occhi, please Scattatiamo i nostri ritratti con la luce disponibile. Una galleria di trucchi ed esempi di Massimiliano Angeloni Il ritratto. Cos’è un ritratto? Domanda facile vero? E allora provate a dare una risposta. Ehm&#8230; forse non è così facile descrivere a parole cosa sia un ritratto. Si può provare a liquidare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><strong><span style="color: #000000;">A me gli occhi, please</span></strong></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em>Scattatiamo i nostri ritratti con la luce disponibile. Una galleria di trucchi ed esempi</em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #000000;">di Massimiliano Angeloni</span><br />
</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/max_1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4934" title="max_1" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/max_1-300x224.jpg" alt="" width="209" height="156" /></a>Il ritratto. Cos’è un ritratto? Domanda facile vero? E allora provate a dare una risposta. Ehm&#8230; forse non è così facile descrivere a parole cosa sia un ritratto. Si può provare a liquidare il quesito dicendo che il ritratto è un riproduzione che raffiguri una persona dalla testa alle spalle. In effetti è una risposta perfetta&#8230; per una fototessera.<br />
Diamo un aiutino. Chiudete gli occhi e immaginate due opere famose: la Monnalisa di Leonardo Da Vinci e la Marilyn di Andy Warhol. È indiscutibile che siano due ritratti. Ma cosa hanno in comune? Apparentemente nulla. Anzi, è difficile immaginare due interpretazioni così distanti tra loro di una persona. Eppure proprio la parola “interpretazione” può fornire la chiave di lettura per rispondere al nostro quesito.<br />
Il ritratto non è una semplice riproduzione delle fattezze fisiche di un volto o di una persona ma l’interpretazione personale di un istante fissato in modo indelebile su tela, marmo, o carta fotografica il cui soggetto è una persona. E dato che di interpretazione si tratta non si possono fissare vincoli o limitazioni.<br />
Il sorriso di un bambino, i pensieri di un anziano, l’allegria di una ragazza, l’apprensione di una madre, la concentrazione di un artigiano a lavoro non sono fredde riproduzioni delle parti anatomiche di un volto e del suo corpo. Sono emozioni. Riteniamo che proprio “interpretare un’emozione” sia la risposta alla domanda cos’è un ritratto.<br />
La fotografia offre delle possibilità infinite sotto questo aspetto. Al contrario di molte altre arti figurative, la nostra macchina fotografica è uno strumento unico capace di fermare nel tempo uno sguardo, un’espressione, un pensiero nello stesso istante in cui si manifesta.<br />
Non esiste il segreto per fare un perfetto ritratto. Come in tutte le altre espressione fotografiche il fattore “casualità” gioca un ruolo fondamentale. Tutto quello che possiamo fare è riuscire a seguire alcuni accorgimenti che, se non ci porteranno alla perfezione, quantomeno ci consentiranno di realizzare un bella foto.<br />
Rubato o posato. Partiamo dal presupposto che esistono due tipologie di ritratto. Quello “rubato” e quello posato. In realtà ne esiste una terza ma ne parleremo in seguito. Il ritratto rubato è sicuramente quello che ci porterà ad ottenere più delusioni che gioie. Al contempo, se il fattore “casualità” gioca a nostro favore, la fotografia che riusciremo a strappare sarà unica e irripetibile.<br />
Gli elementi che devono coincidere sono tantissimi. Non trattandosi di un soggetto messo in posa non saremo in grado di determinare se e quando un attimo “perfetto” disegnerà il suo volto. E, anche se tale eventualità dovesse presentarsi, non sempre le condizioni della luce e dell’ambiente giocheranno a nostro favore. Inoltre, proprio perché le nostre intenzioni sono quelle di un ladro di emozioni, non possiamo permetterci di rimanere con la macchina fotografica costantemente puntata sul nostro bersaglio. È evidente che sentire su di sé la pressione di un mediotele non è un incentivo ad essere e rimanere spontanei.<br />
E allora? E allora niente. Non resta che armarsi di santa pazienza e dello stesso spirito che anima un pescatore di fiume che ben sa che, con molta probabilità, a fine giornata il cerignolo rimarrà vuoto.<br />
Per il ritratto posato o ambientato il discorso è differente. Pur rimanendo fermo il punto delle infinite variabili, il fatto che il soggetto sia il nostro complice semplifica, non poco, tutto il lavoro. Possiamo scegliere la location, la tipologia di illuminazione, l’inquadratura e le focali più indicate.<br />
Ecco, ora in molti penseranno “Ma io voglio solo fare un paio di foto ai bambini o alla fidanzata. Ho a disposizione solo la mia reflex. Mica voglio fare chilometri per raggiungere il posto più indicato. E chi me li dà le luci i flash e i fondali” E così via.<a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/schema_1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4935" title="schema_1" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/schema_1-300x300.jpg" alt="" width="225" height="225" /></a><br />
Bene. Nulla di più sbagliato. La location può essere la stanza più luminosa della casa o quella meno invasa dai panni da stirare e dai giochi dei bambini. La tipologia di illuminazione non è altro che quella bella luce che in certe ore filtra dalla finestra. Un fondale può essere una tenda. La scelta dell’inquadratura non è altro che, per esempio, portare il piano focale all’altezza degli occhi del nostro soggetto e la scelta della focale non è altro che sostituire lo zoom del kit con un più idoneo (ed economico) 50mm f/1,8. Nulla di impossibile.<br />
Abbiamo parlato di interpretazione, e interpretazione vuol dire seguire la fantasia coniugandola alle proprie capacità tecniche. Iniziamo a dare qualche spunto.<br />
Obiettivi e focali. Partiamo dagli obiettivi e dalle focali più idonee. In commercio esistono molti obiettivi etichettati “da ritratto”. Il più delle volte si tratta di medio tele molto luminosi. Che le focali si attestino, in generale, dagli 85 mm in su non è un caso. Un minimo di distanza di rispetto è d’obbligo per non far sentire troppo “il fiato sul collo” al nostro soggetto, così come, tendenzialmente, le focali più lunghe soffrono in maniera minore del fenomeno della distorsione. Anche la grande luminosità ha un suo perché. Il più evidente è quello di consentire di fotografare a luce ambiente sfruttando una illuminazione morbida e graduale. A questo va aggiunto un altro aspetto molto apprezzato nella fotografia da ritratto: lo sfuocato o, per dirla con un termine giapponese molto in voga nell’ambiente, il bokeh.<br />
Quindi siamo obbligati a fornirci di un obiettivo specifico se vogliamo cimentarci in questo tipo di fotografia? Sì e no. In effetti, per alcune interpretazioni del ritratto, è una “conditio sine qua non” per raggiungere i risultati tanto desiderati. In realtà, come sempre in fotografia, non c’è una regola che ci impedisca di utilizzare un 24mm o un obiettivo studiato e realizzato per la macrofotografia.<br />
A questo proposito approfittiamo per sfatare un mito. In molti pensano che la prospettiva del campo inquadrato sia correlata alla focale utilizzata. In realtà. mantenendo costante la distanza della macchina fotografica dal soggetto la prospettiva è identica sia se scattiamo con un 200mm sia con 24mm. Fate una prova. Posizionatevi con il cavalletto da una distanza adeguata e iniziate a fotografare montando in macchina tutto l’arsenale di obiettivi a vostra disposizione. Noterete che è solo l’angolo di campo inquadrato a cambiare ad ogni variazione della focale, e non la prospettiva.<br />
Ma allora perché se faccio un primo piano stretto con un 24mm i risultati ottenuti sono a rischio di condanna da parte della Corte dei Diritti Umani? La colpa è da imputare alle distorsioni dell’obiettivo ed al loro amplificarsi per l’esigua distanza che si frappone tra noi e il nostro soggetto. Un grandangolare, salvo rarissime eccezioni, non è mai un obiettivo corretto a breve distanza, figuriamoci che cosa può combinare se ci avviciniamo talmente tanto da coprire il nostro fotogramma con il viso di una persona.<br />
E allora le focali corte non vanno bene? Certo che possono andare bene. Abbiamo già detto che il ritratto non è un asettico primo piano strettissimo. Ma bisogna essere in grado di saper controllare e sfruttare a nostro favore l’ampio angolo di campo a disposizione per inserire elementi in maniera equilibrata all’interno della nostra inquadratura. Se invece desideriamo concentrarci solo sulla persona, le classiche focali da 85mm a 200mm risulteranno certamente più adatte.<br />
A tal proposito bisogna chiarire il discorso sulla “questione” del sensore APS-C. Come ben sappiamo la maggior parte delle reflex in commercio hanno un sensore più piccolo rispetto al cosidetto Full Frame. Questo comporta che gli obiettivi si ritrovino, mediamente, con un angolo equivalente di campo inquadrato pari ad una focale di 1,5x-1,6x più lunga.<br />
In soldoni, a 50mm su formato APS-C, ovvero una porzione del formato pieno, inquadreremo un angolo di campo pari a quella che si riscontra alla focale di 75mm su Full Frame. Ora, che il 50mm si comporti apparentemente come il 75mm non vuol dire che si sia trasformato per incanto in un medio tele. La focale è 50mm e tale rimane in tutte le sue caratteristiche. Pertanto, se si indica l’85mm come una focale idonea per il ritratto, non pensiamo che il 50/60mm siano la stessa cosa. Qualsiasi sia il formato del sensore della vostra reflex 85mm vuol dire, sempre e comunque, 85mm.<br />
Location e illuminazione. Una bella modella sotto l’ombra di una palma in una bianca spiaggia caraibica al tramonto sarebbe perfetta. Ovviamente all’illuminazione sarà deputata la nostra squadra di 8 assistenti. Ah, non li avete? Che peccato. Vediamo quindi di accontentarci di quello che abbiamo a portata di mano. Come abbiamo scritto in articoli precedenti l’arte di sapersi arrangiare ha un posto di rilievo nel bagaglio tecnico di un fotografo.<br />
<a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/max_2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4939" title="max_2" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/max_2-239x300.jpg" alt="" width="188" height="236" /></a>Stiamo a casa? E troppo freddo per uscire? Guardiamoci attorno. Dalla porta finestra del salone penetra una luce molto interessante. La tenda bianca poi, sembra essere lì, da sempre, come perfetto elemento fotografico a nostra disposizione. Prendiamo la nostra modella (o il nostro modello) e la guidiamo vicino al vetro in modo che la  luce illumini il soggetto nel modo desiderato. Di taglio, di profilo, di trequarti, in controluce. Quante sono le opzioni di illuminazione offerte dalla luce che penetra dall’esterno? Tantissime. Giocando poi con il contrasto dovuto alla illuminazione molto più debole presente all’interno della stanza ci si può divertire a creare schemi di luce perfetti per ritratti in bianco e nero.<br />
Vogliamo invece realizzare una foto più delicata e dai passaggi tonali più morbidi? Una qualsiasi superficie riflettente può fare al caso nostro. L’ideale sarebbe una pannello bianco ma, al bisogno, anche un polistirolo o un cartoncino chiaro di adeguate dimensioni può ugualmente essere sufficiente. Posizionandolo in modo da riflettere la luce esterna siamo in grado di illuminare anche la parte opposta del nostro soggetto rispetto alla finestra.<br />
Per sfruttare tutte le opzioni offerte da una sola finestra potremmo andare avanti all’infinito. Peccato che ormai si è fatta sera e dobbiamo smettere di scattare. Un attimo però. Perché devo smettere di scattare? Ho una lampadina da 100 watt nell’armadio. Se la monto sulla lampada da tavolo e posiziono il soggetto nella giusta maniera, forse&#8230;<br />
Forse, anzi certamente, usciranno delle belle foto così come potremmo essere gratificati dall’utilizzare anche altri mezzi di illuminazione di fortuna. Una torcia, un flash, lo schermo di un monitor del computer. una candela. Insomma qualsiasi mezzo per evitare che l’illuminazione del nostro ritratto risulti piatta e anonima.<br />
L’abbiamo già detto, non vogliamo fare una fototessera. E per raggiungere il nostro obiettivo possiamo utilizzare tutto quello che abbiamo al momento a disposizione. Se non abbiano dei bank, una lampada di emergenza può andare bene lo stesso. Se siamo all’esterno e non abbiamo un pannello riflettente, un muro bianco potrà ottemperare allo stesso scopo. Non abbiamo la disponibilità di avere un bello sfondo nella fotografia in interni? Ci procuriamo uno scampolo di stoffa nero a buon mercato che ben si adatterà come jolly in mille situazioni. Bastano due mollette e lo appendiamo dove vogliamo.<br />
Il ritratto è una fotografia che prescinde dai mezzi e dai luoghi. Certo, un buon obiettivo e una piacevole ambientazione possono aiutare. Ma non sono sempre fondamentali. Gli aspetti invece che non bisogna trascurare sono la cura della composizione e l’equilibrio tra le luci e le ombre.<br />
Volti e psicologia. Gli occhi, infatti, sono lo specchio dell’anima e nella descrizione di un volto; e proprio su di essi è focalizzato il punto iniziale di lettura della nostra foto. Utilizzare la messa a fuoco sull’occhio più vicino a noi è una buona regola così come illuminarlo in maniera adeguata. Se vogliamo conservare corrette le proporzioni del viso bisogna fare attenzione a mantenere parallelo il piano focale rispetto al volto e posizionare la macchina fotografica alla giusta altezza in relazione all’inquadratura. Se siamo troppo alti rispetto al soggetto lo comprimiamo, se siamo troppo bassi lo allunghiamo. Lo stesso vale per la luce: se la diamo di taglio dobbiamo stare attenti che le ombre del naso, dei capelli e di tutte le sporgenze non creino antiestetici disegni sul viso. Al contrario, se utilizziamo una illuminazione più omogenea, dobbiamo evitare il rischio di un eccessivo piattume generale.<br />
Ma allora, per fare un ritratti, serve così poco? In realtà l’aspetto più importante non è fatto di vetro e metallo, sensori e pellicole, luci e teli colorati. Il fattore psicologico è sicuramente l’elemento cardine sul quale deve ruotare il nostro lavoro. Non tutti si sentono a proprio agio nel sentirsi puntati da una macchina fotografica. Quante volte ci siamo sentiti dire “ No ti prego, non sono fotogenica”, oppure “no oggi no che sono vestita uno schifo”.<br />
La fidanzata (o fidanzato) e la moglie (o il marito) dei fotografi si riconoscono subito. Sono in grado di sopportare l’occhio indiscreto di un obiettivo senza scomporsi minimamente. Hanno fatto talmente l’abitudine a questa situazione che riescono, come nulla fosse, continuare a fare quello che stavano facendo senza farci caso. Certo, si tratta più di spirito di sopportazione che di vera e propria capacità professionale nell’arte di posare.  Ma almeno non si coprono il viso al momento del “clik”.<br />
E allora? E allora se desideriamo cimentarci nel ritratto con amici parenti e affini dobbiamo essere bravi nel far sentire a proprio agio chi poserà per noi in modo che la spontaneità possa disegnare le loro espressioni.</span></p>
<p><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/ritratto-facile.pdf"></a><span style="color: #3366ff;"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2011/05/ritratto-facile.pdf">Per continuare a leggere scarica il pdf dell&#8217;articolo intero, con fotografie e schemi</a><br />
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		<title>Insidie di colore</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 16:24:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post produzione]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>

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		<description><![CDATA[Si scatta, si stampa una foto. Poi si scopre che presenta una dominante cromatica. Perché? La colpa è dell&#8217;attrezzatura, del fotografo o dell&#8217;ambiente? Di Maurizio Capobussi, da FOTOGRAFIA REFLEX Marzo 2008 Leggi l&#8217;articolo intero in PDF Alle nostre foto chiediamo sempre un’ottima fedeltà di colore. Se non l’otteniamo, succede che critichiamo il risultato fotografico finale. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><span style="color: #ff0000;"><strong><em>Si scatta, si stampa una foto. Poi si scopre che presenta una dominante cromatica. Perché? La colpa è dell&#8217;attrezzatura, del fotografo o dell&#8217;ambiente?</em></strong></span><br />
Di <em>Maurizio Capobussi, da FOTOGRAFIA REFLEX Marzo 2008</em></p>
<p><em><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/11/Insidie-di-colore.pdf" target="_blank">Leggi l&#8217;articolo intero in PDF</a><br />
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<p>Alle nostre foto chiediamo sempre un’ottima fedeltà di colore. Se non l’otteniamo, succede che critichiamo il risultato fotografico finale. Spesso diamo la colpa all’attrezzatura. Ma in molti casi sbagliamo bersaglio. Sappiamo che questa una situazione si ripete in modo abbastanza frequente ed accade sia quando si opera su pellicola sia quando si scatta con un sensore digitale. Cerchiamo allora l’origine del problema.<br />
Molte volte uno slittamento cromatico è generato dallo stesso ambiente di ripresa. Altre volte da una errata regolazione dell’attrezzatura.<br />
Il primo passo consiste nel capire quali possano essere gli elementi pericolosi, al momento dello scatto. Il secondo è di esaminare specifiche soluzioni tecniche, relative alle strumentazioni. Se vengono bene impostate, queste tarature possono modificare significativamente, e qualche volta letteralmente salvare, le nostre immagini. In più, occorre dire che nella correzione dei difetti le funzioni digitali offrono nuove opportunità, preziose.</p>
<div id="attachment_3966" class="wp-caption alignleft" style="width: 228px"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/11/colore_1.jpg"><img class="size-medium wp-image-3966" title="colore_1" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/11/colore_1-300x200.jpg" alt="" width="218" height="146" /></a>
<p class="wp-caption-text">l’architettura della Sainte Chapelle a Parigi, in una ripresa a mano libera ed a luce ambiente (ottica Leica Summilux-M 35mm f/1.4). L’illuminazione artificiale ha accentuato i toni caldi</p>
</div>
<p>Un classico: la temperatura di colore. Ogni fotografia è fatta di luce. E si sa bene che la luce è costituita da quantità e da qualità. Per valutare la quantità ci si affida all’esperienza oppure, è molto meglio, ad un buon esposimetro. Per valutare la qualità ci si può servire di uno strumento di misura apposito, il termocolorimetro. Oggi non è un attrezzo molto diffuso. È abbastanza costoso, anche per via della sua intrinseca complessità. Semplificando, possiamo dire che è costituito da un paio di esposimetri accoppiati, davanti ai quali sono stati posti rispettivamente un filtro rosso ed un filtro blu. Ne deriva che lo strumento, per comparazione delle letture, riesce ad indicare di quanto la luce è squilibrata. Cioè se la scena tende verso toni caldi oppure verso toni freddi. Permette di stabilire quali siano gli adatti filtri correttivi. È però necessario che il fotografo, a questo punto, possa disporre di un parco filtri sufficientemente ampio. Come è facile immaginare, il termocolorimetro può essere molto utile in studio e con schemi di illuminazione variati e complessi. È stato usato prevalentemente dai professionisti, soprattutto nel mondo della fotografia analogica.<br />
L’avvento della ripresa digitale ha trasformato radicalmente questa situazione. E sotto molti profili ha mandato in pensione il termocolorimetro. Per un semplice motivo: l’elettronica all’interno delle macchine è in grado di misurare la qualità della luce abbastanza semplicemente e, in più, la taratura cromatica dei sensori può essere modificata senza problemi con adatti software. Una conferma: sulle fotocamere reflex è comparsa, appunto, la funzione di bilanciamento del bianco.<br />
Normalmente è basata su alcune impostazioni fisse che corrispondono a condizioni di ripresa ricorrenti: situazione di luce diurna, oppure di luce artificiale in casa (tungsteno), oppure di ambiente con dominante azzurra (ombra scoperta), oppure rischiarato da luce fluorescente (che provoca una dominante verdastra) o luce flash. Il fotografo sceglie tra diverse piccole icone, presenti sulla fotocamera digitale, che corrispondono a correzioni per prefissate sorgenti di luce.<br />
In più, può servirsi di una condizione di taratura automatica (AWB: Automatic White Balance) che compensa da sola un po’ tutti gli slittamenti cromatici, anche relativi a colori intermedi. È presente su tutte le reflex e su tutte le compatte digitali ed è una soluzione polivalente.<br />
Vogliamo però sottolineare alcuni aspetti di importanza pratica.  È vero che è utile ed è efficace ricorrere ad impostazioni precostituite, ma il ragionamento deve essere allargato.</p>
<p>Considerando infatti che le variazioni della qualità della luce sulla scena sono normalmente variazioni continue, si deve anche ricordare che il colore di una fotografia può essere influenzato da altri svariati parametri, non facili da codificare. Ne deriva che il risultato finale è condizionato da elementi molto diversi tra loro e l’esperienza del fotografo può rimanere determinante per riconoscerli. Passiamo in rassegna alcuni casi.<br />
È luce diurna? Se si fotografa all’aperto, le condizioni di variabilità sono numerose. È piuttosto facile dire adopero una pellicola per luce diurna, oppure ho impostato il bilanciamento luce diurna sulla macchina digitale. È però più difficile chiarire quale sia, per davvero, la luce diurna di cui si parla.<br />
La qualità della luce dipende infatti da svariati parametri. Ad esempio dall’ora del giorno in cui si scatta. Poi dalla stagione nella quale si sta operando. Da eventuali perturbazioni atmosferiche. Dalla percentuale di nubi bianche nel cielo. Secondo Kodak, la taratura delle pellicole per luce diurna, che si vuole sia fissata su 5500 Kelvin, non è riferita ad una bella giornata di sole con cielo azzurro e senza nubi. È invece riferita ad una condizione di cielo azzurro con generosa presenza di nuvole bianche, ampiamente distribuite (20-30% della superficie).<br />
In breve: non è detto che tutte le luci diurne siano uguali. Se ci si sposta nel mondo della fotografia digitale può allora succedere un fatto curioso: puntando sulla medesima scena all’aperto, ecco che una fotocamera impostata su AWB può fornire un risultato leggermente diverso da quello ottenibile regolandola su Luce diurna. È una condizione da tenere presente e, anche grazie al fatto che il visualizzatore permette di controllare la foto già in fase di ripresa, a volte può anche essere opportuno eseguire due scatti, con entrambe le tarature, per riservarsi la scelta definitiva in un secondo momento.<br />
Conta l’altitudine. Tra i parametri che contano, può avere notevole peso anche la quota sul livello del mare. Lo sanno bene molti alpinisti. Quando scatta ad alta quota, ad esempio verso i tremila metri, il fotografo nota spesso uno scurimento dell’azzurro del cielo. È spiegabile in vari modi. In primo luogo con l’abbondanza di raggi ultravioletti. Questi scuriscono l’azzurro fino ad un blu intenso (su alcune pellicole fotografiche in modo più marcato che su altre). Inoltre l’ultravioletto influenza gli esposimetri e li induce, a volte, a sottoesporre. In terzo luogo, si può dire che il fenomeno può apparire più evidente con obiettivi grandangolari.<br />
C’è dell’altro: va tenuto conto che esiste anche una polarizzazione naturale del cielo. Questo effetto è particolarmente marcato lungo una fascia, sostanzialmente un meridiano, posta a 90° rispetto all’asse fotocamera-sole. Ne deriva una conseguenza notevole: se si usa un filtro polarizzatore su di un forte grandangolare, ecco che accade di potere scurire, in un modo che è spesso troppo accentuato, una striscia di cielo al centro della volta celeste.<br />
I colori riflessi. Sia la pellicola sia il sensore digitale possono essere influenzati da dominanti riflesse. È importante che il fotografo</p>
<div id="attachment_3967" class="wp-caption alignright" style="width: 233px"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/11/colore_ok.jpg"><img class="size-medium wp-image-3967 " title="colore_ok" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/11/colore_ok-223x300.jpg" alt="" width="223" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">    Una forte dominante riflessa, sul tennista Marcelo Rios, al Roland Garros di Parigi. È una situazione limite, indotta dal campo in terra battuta. In questo genere di riprese, l’intervento digitale è determinante. Al momento della scansione della diapositiva è stato facile imporre al programma di fotoritocco di assumere come bianco di riferimento quello dei calzoncini da tennis. La correzione di tutti i colori è stata automatica.</p>
</div>
<p>sappia riconoscerle. La prima raccomandazione è dunque semplice: non si devono sottovalutare le dominanti d’ambiente.<br />
La dominante motivo. Facciamo un passo indietro: quando i laboratori di stampa a colori non disponevano di strumentazioni perfezionate come quelle di oggi, i fotoamatori incappavano spesso in un difetto fastidioso. Era battezzato “dominante motivo”. Si verificava quando il fotografo scattava ad un soggetto che comprendeva un colore intenso ed uniforme su tutta l’inquadratura. Alcuni casi tipici: un ritratto a mezzo busto di un soggetto con vistosa camicia rossa; oppure un personaggio lontano, di piccole dimensioni, in mezzo ad un prato verde. E così via. In questi casi le attrezzature di stampa, percepita l’abbondanza di colore, la scambiavano per un difetto. Dunque la contro-filtravano in modo esagerato. Il rosso della camicia veniva attenuato ed il viso risultava verdastro. Oppure il verde del prato veniva parzialmente compensato e la persona risultava innaturalmente rossiccia. I fotografi più esperti richiamavano l’attenzione degli stampatori, su questo problema, e raccomandavano appunto di moderare le contro-filtrature. Con il passare del tempo questo inconveniente ha perso attualità ed attualmente viene automaticamente evitato dai laboratori fotografici modernamente attrezzati.<br />
Il rischio di qualche dominante d’ambiente esiste tuttavia ancora. E può verificarsi anche nell’era del digitale. Esaminiamo allora qualche altro caso e indichiamo qualche possibile rimedio.<br />
Il muro rosso. Scattare un ritratto ad una persona che sia posta accanto ad un muro di mattoni è un tipico caso di ripresa che può portare ad una marcata dominante rossiccia. L’effetto naturalmente si verifica soltanto se il soggetto è molto vicino alla superficie riflettente. Non esiste solo il rischio “muro”. In qualche caso l’inconveniente può anche essere maggiore, come succede quando si fotografa su di un campo da tennis in terra battuta. Il consiglio è di stare sempre attenti, sia operando il luce riflessa, con una fotocamera digitale, sia nella fotografia su pellicola.<br />
I possibili rimedi sono svariati. Se si sta eseguendo un ritratto a distanza sufficientemente ravvicinata si può attuare una semplice correzione disponendo un pannello riflettente bianco proprio di fronte al viso. È un pannello di schiarita che deve riflettere la luce del cielo (assolutamente non del muro!). Se invece si scatta in digitale, si può ricorrere ad una funzione speciale di correzione colore, quella che va sotto il nome di bilanciamento del bianco personalizzato. In questo caso si colloca un foglio bianco al posto del soggetto e, su di esso, si misura il bilanciamento colore. La dominante rossastra verrà così compensata.<br />
Il verde e la siepe. D’estate, scattare un ritratto ad un soggetto accanto ad una siepe può fare sorgere un problema cromaticamente opposto a quello già visto. Il riflesso verde della vegetazione si nota subito in fotografia, specie se il soggetto indossa una camicetta bianca. In più, toni verdastri possono creare una impressione di malattia anche sul viso acqua e sapone di una sanissima modella. Per contrastare il problema si può usare il solito pannello riflettente bianco ma vale la pena anche ricordare che, spesso, per un consistente miglioramento basta semplicemente allontanare leggermente il soggetto dalla siepe. Se si scatta in digitale, si può anche in questo caso eseguire un bilanciamento del bianco personalizzato.<br />
Ritratto al tramonto. Un inconveniente classico generato da una dominante cromatica è quello che si può verificare quando si esegue un ritratto al tramonto, magari in spiaggia. È vero che i toni caldi sono sempre gradevoli  ma è anche vero che un loro eccesso, per di più combinato con l’abbronzatura, può trasformare una modella in un pellerossa. L’ideale, in questi casi, è anticipare di mezz’ora il momento della ripresa. La spiegazione è semplice: la combinazione di una illuminazione rossa e di una bassa intensità luminosa è decisamente sfavorevole e accentua anche l’impressione di sottoesposizione. In questi casi è utile ricordare che una valida possibilità di correzione si ha aggiungendo sul primo piano un leggero colpo di flash, usato come luce di rischiaramento. È meglio, tra l’altro, se l’intensità del flash viene leggermente ridotta e cioè se la compensazione non è completa. A questo scopo alcune fotocamere dispongono di un comando di staratura intenzionale del lampo (ad es. -1 o -1/2 stop per l’emissione flash). Se non si dispone di questa riduzione, si può ricorrere alla vecchia scuola e fare qualche calcolo.<br />
Ad esempio, se l’esposimetro indica di scattare ad 1/60 sec f/4 con 200 ISO, per una foto a luce ambiente, si può fare come segue. Si divide il numero guida del flash, ad es. pari a 30 (a 200 ISO), per il diaframma 4. Si ottiene il valore di circa 7.5m che indica a quale distanza collocare il flash, per la ripresa, allo scopo di ottenere una compensazione esatta dell’esposizione sul primo piano. Poiché però nel nostro caso desideriamo che il rischiaramento abbia un effetto minore, ecco che possiamo variare la situazione percorrendo due diverse strade. La prima: allontaniamo ulteriormente il flash, magari anche mantenendo l’inquadratura voluta grazie ad una più lunga focale sulla fotocamera. La seconda: passiamo ad una diversa coppia-equivalente di tempo-diaframma, ad esempio ad 1/30 sec f/5.6. In questo secondo caso il tempo di esposizione più lungo, dell’otturatore, non creerà problemi con il lampo, la cui durata sarà comunque invariata in caso di impostazione flash per uno scatto in manuale, ma il valore di diaframma sarà più chiuso di un valore e ciò sottoesporrà, proprio come desiderato, il contributo del flash sulla scena.</p>
<div id="attachment_3968" class="wp-caption alignright" style="width: 231px"><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/11/colore_ok_2.jpg"><img class="size-medium wp-image-3968" title="colore_ok_2" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/11/colore_ok_2-221x300.jpg" alt="" width="221" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">Un classico esempio di dominante originata da luci fluorescenti. La dispositiva è stata digitalizzata e aperta sul video del computer. Poi sono state attivate due funzioni. La prima, Immagine&gt;Regolazioni&gt;Colore automatico, ha corretto la dominante indesiderata. La seconda, Immagine&gt;Regolazioni&gt;Luci/Ombre, ha permesso di impostare il valore 25 sul cursore delle Ombre, che sono risultate alleggerite (sotto). Sopra a destra, il risultato finale, con neutralizzazione della dominante di colore e alleggerimento delle ombre scure.</p>
</div>
<p>Filtri per il cielo. La dominante cromatica generata dalla riflessione del colore del cielo azzurro è definita, dai fotografi, anche come la maledizione dell’ombra scoperta. Intorno ad essa sono fiorite svariate soluzioni correttive. La tradizione dice che, soprattutto se si scatta su pellicola, la si può almeno in parte neutralizzare adoperando un filtro “skylight” (colore rosa salmone). È tuttavia un intervento piuttosto tenue. Se non appare sufficiente si può ricorrere a correzioni più pronunciate, a filtri colore ambra più intensi, come ad esempio i Wratten 81A, 81B, 81C, detti filtri caldi. La versione 81B riteniamo che sia quella preferibile, di uso più universale. Se invece si scatta in digitale, l’impiego di filtri di compensazione colore è normalmente meno raccomandabile ed è meglio ottenere una efficace correzione impostando il bilanciamento del bianco sulle funzioni Ombra o magari anche su Nuvoloso. Sono regolazioni di bilanciamento colore che aggiungono una filtratura elettronica leggermente calda, a componente prevalentemente gialla. Nel primo caso è leggera e nel secondo è piuttosto marcata.<br />
Pavimento azzurro. L’esempio dell’eccesso di tono rosso dovuto ad un muro di mattoni trova un equivalente, di colore diametralmente opposto, quando si scatta in una palestra. È una situazione abbastanza ricorrente nella fotografia sportiva indoor: il rivestimento azzurro intenso, del pavimento di molti campi di gara, può facilmente spostare i colori su tonalità eccessivamente fredde. Ricorrere a filtri ottici di correzione colore può essere sconsigliabile perché, in molti palazzetti dello sport, l’illuminazione artificiale è intensa ed è abbastanza puntiforme, dunque può indurre più facilmente riflessi indesiderati. La fotografia digitale in questi casi è avvantaggiata: si può rinunciare all’uso di filtri ma adottare la soluzione di un bilanciamento del bianco personalizzato, eseguito come al solito su di un foglio bianco prima che la partita abbia inizio.<br />
Pomeriggio inoltrato. Alla domanda su quale sia l’ora migliore per scattare, la risposta tradizionale è sempre alle prime ore del mattino ed a quelle del pomeriggio inoltrato. Certamente, si sa che ogni fotografia ha una propria “ora giusta” per essere ripresa. È quella in cui la luce ha una temperatura di colore particolare.  Quando il sole è più basso sull’orizzonte la luce ha un colore più caldo, dunque più gradevole. Inoltre è radente e ciò accentua l’impressione di nitidezza. In questi casi si può operare con la macchina digitale impostata sulla regolazione Auto White Balance. Però, attenzione, è spesso più vantaggioso impostare la regolazione Nuvoloso. Questa equivale ad aggiungere un leggero filtro di colore ambra, a scaldare ancora di più la fotografia (anche se in realtà il cielo non è per nulla nuvoloso).<br />
Colori più vivaci. La personalizzazione dei risultati è da sempre una componente essenziale nel lavoro dei fotografi. Intorno a questo tema le stesse case produttrici hanno cercato di venire incontro ai desideri degli utenti.<br />
Il primo punto ha riguardato la personalizzazione delle emulsioni. Molti fotografi cercano di saturare al massimo i colori delle loro diapositive.  E a questo scopo preferiscono pellicole ad alto contrasto ed alta saturazione di colore. La fama delle Fujichrome Velvia o dell’Ektachrome VS100 è, in notevole misura, legata a questa capacità di vivacizzazione. Guardando alle pellicole per diapositive rivolte ai fotoamatori, si sa che oggi la Kodak Professional Elite Chrome Extra Color 100 offre colori molto più saturi della versione Professional Elite Chrome 100. Quest’ultima è quindi più indicata per il ritratto mentre la prima è preferita per fotografia di paesaggio e natura.<br />
Secondo punto: la sottoesposizione controllata. Rimanendo nel mondo della fotografia analogica segnaliamo un accorgimento classico. Si ricorre spesso al metodo di effettuare una leggera sottoesposizione, ad esempio pari a 1/2 stop. Ha lo scopo di caricare ulteriormente i colori. È un sistema ampiamente usato dai fotografi paesaggisti, per le diapositive. È invece inutile con le pellicole negative colore, perché in esse le eventuali variazioni di esposizione in ripresa vengono normalmente compensate al momento della stampa.<br />
Nel mondo digitale si è constatato che non ha molto senso intervenire in questo modo sull’esposizione, per cercare una maggiore saturazione. Si è cercata allora una diversa strada, la variante dell’accentuazione digitale. In pratica, visto che agire sull’esposizione significa scurire una scena ma non toccare i colori, si è preferito ricorrere a comandi di personalizzazione. Qualche fotocamera, non soltanto reflex ma anche compatta digitale, a questo proposito incorpora espressamente una funzione Vivid, che può sostituire quella Normal. È una taratura che punta ad aumentare la saturazione della scena.<br />
Apriamo una parentesi: non pochi fotografi acquistano una reflex digitale ma dopo i primi scatti si lamentano, dicendo di ottenere immagini troppo morbide. Le vorrebbero più brillanti e più secche. La loro protesta incappata però in un errore di fondo. La morbidezza dei file è un risultato spesso intenzionalmente voluto dagli stessi fabbricanti che dicono che l’aumento di contrasto, la generale accentuazione della vivacità della foto, sono infatti ottenibili abbastanza facilmente con successivi interventi di fotoritocco (mentre effettuare il contrario è molto più difficile).<br />
Ne deriva una conseguenza: se si vogliono immagini con più mordente, già in ripresa, occorre cambiare le tarature direttamente in macchina. Nelle reflex digitali si può facilmente agire sull’effetto di Nitidezza (Sharpening) e sull’incremento di Contrasto. Il risultato è molto valido e può essere di grande effetto su scene che già mostrano colori intensi e che sono favorite dall’assenza di ombre marcate. Un caso tipico: i risultati migliori si hanno se si scatta in esterni con cielo coperto, senza ombre radenti.<br />
Colori di notte. Gli scatti notturni hanno sempre entusiasmato i fotografi, sia eseguiti su pellicola sia su digitale. Anche qui, si faccia attenzione. Operando su pellicola: se si scattano diapositive ad un paesaggio urbano notturno e si usa una emulsione Daylight, appunto bilanciata per luce diurna, la luce dei lampioni stradali viene di solito registrata con una dominante marcatamente verdastra. L’effetto è interessante, a fini creativi, ma non corrisponde ad una riproduzione fedele. L’avvento della fotografia digitale ha sanato questa situazione. La ripresa con sensori digitali patisce molto meno l’inconveniente. Se infatti si lascia la fotocamera impostata sul bilanciamento per Luce diurna oppure se la si mantiene su Auto White Balance, di solito non si registrano particolari slittamenti cromatici. A meno che, attenzione, l’inquadratura non comprenda superfici anomale. Una può essere ad esempio rappresentata da un ampio muro bianco rischiarato da un lampione stradale antinebbia, con lampada a scarica a forte componente cromatica gialla. Questo riesce infatti ad indurre la fotocamera ad applicare una compensazione automatica per una dominante inconsueta, una compensazione che risulta certamente eccessiva.<br />
Tra i consigli dettati dall’esperienza di qualche fotografo c’è anche quello che suggerisce di non ricorrere, nei notturni, ad una impostazione su Luce artificiale, oppure Tungsteno. Se la si attiva succede a volte che si imponga al sensore una correzione elettronica eccessiva, facendo slittare l’immagine verso toni troppo azzurri.</p>
<p>© Editrice Reflex Srl
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		<title>Fanno la differenza?</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 12:39:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Universali Zeiss: la qualità della casa tedesca al servizio di tutti. Un grandangolo ed un macro alle estremità della gamma Uscire per una giornata di riprese fotografiche con al collo una fotocamera reflex digitale con obiettivi Carl Zeiss è qualcosa che può lasciare il segno. Fino a qualche tempo fa Zeiss era sinonimo di professionale, era affiancata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Universali Zeiss: la qualità della casa tedesca al servizio di tutti. Un grandangolo ed un macro alle estremità della gamma</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3633" title="10_zeiss" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/10_zeiss-300x245.jpg" alt="" width="210" height="172" />Uscire per una giornata di riprese fotografiche con al collo una fotocamera reflex digitale con obiettivi Carl Zeiss è qualcosa che può lasciare il segno. Fino a qualche tempo fa Zeiss era sinonimo di professionale, era affiancata solo a sistemi Rollei, Hasselbald, Contax e poco più; ora la casa di Jena ha aperto a tutti, non proprio tutti, la possibilità di fotografare utilizzando i proprio obiettivi, anche con fotocamere reflex digitali. Oltre infatti a produrre obiettivi per le reflex Sony Alpha, si è lanciata in una gamma che copre focali da 18mm a 100mm, rigorosamente fisse, per Canon, Nikon e Pentax e comprende  il 21mm, 25mm, 28mm, 35mm, due diversi 50mm ed un 85mm. Anche nel campo degli obiettivi la tecnologia sta facendo ed ha fatto grandi passi in avanti, con autofocus sempre più rapidi, stabilizzatori interni di ultimissima evoluzione, lenti asferiche, rivestimenti antiriflesso e quant&#8217;altro; ma ciò non può essere sufficiente se poi la qualità delle lenti non è all&#8217;altezza del resto. Con le lenti degli obiettivi Zeiss questo rischio non c&#8217;è, e la storia ce lo conferma; però ci si trova davanti a degli obiettivi che non sanno neanche lontanamente cosa sia un motore autofocus o un sistema antivibrazione. Rimasti indietro? No, una scelta ben precisa, rivolta forse a pochi romantici che abbiano ancora la voglia di lottare con esposimetri e messa a fuoco manuale. I due obiettivi presi in considerazione per questa prova sono il Distagon T 18mm f/3,5 ed il Makro-Planar T 100mm f/2. Entrambi si presentano nella classica finitura nero opaco decisamente elegante ed affascinante, ma soprattutto è la qualità dei materiali utilizzati che li rende unici nel loro genere, anche se a differenza degli obiettivi di queste ultime generazioni non sono dotati di guarnizioni per proteggerli dalla polvere o dall&#8217;acqua. Le finiture tutte incise danno poi un tocco in più di eleganza rispetto alle diciture stampate sugli obiettivi di oggi delle altre case produttrici. Anche i paraluce sono completamente in metallo. Il peso non è al passo con i tempi, i materiali leggeri ma resistenti non sono cosa da Zeiss: il 18mm pesa 470g mentre il Makro addirittura 680g! Nonostante ciò sono molto pratici nell’utilizzo per via delle ghiere di messa a fuoco e di selezione del diaframma molto fluide e precise nel movimento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>di Luca Forti</em></span></p>
<p><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/Zeiss.pdf">Leggi l&#8217;articolo intero in pdf</a></p>
<p><span style="color: #000000;">© Editrice Reflex Srl</span>
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		<title>Sfida da fermo</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 14:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Treppiedi contro stabilizzatore ottico d’immagine, sia nell’obiettivo che nel sensore Il caro vecchio treppiedi rischia lentamente di lasciare la scena agli stabilizzatori ottici di immagine, sistemi integrati negli obiettivi o direttamente all’interno delle fotocamere per contrastare l’effetto mosso? La fotografia con il treppiedi è spesso vista come quella dedicata ai vecchi romantici, al vecchio stile, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><strong><em><span style="color: #ff0000;">Treppiedi contro stabilizzatore ottico d’immagine, sia nell’obiettivo che nel sensore</span></em></strong></p>
<p><strong><em></em></strong><br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-3568" title="10_dafermo" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/10_dafermo-300x245.jpg" alt="" width="210" height="172" />Il caro vecchio treppiedi rischia lentamente di lasciare la scena agli stabilizzatori ottici di immagine, sistemi integrati negli obiettivi o direttamente all’interno delle fotocamere per contrastare l’effetto mosso? La fotografia con il treppiedi è spesso vista come quella dedicata ai vecchi romantici, al vecchio stile, ma in molte occasioni senza conoscere la reale qualità data da una fotografia scattata con l’ausilio del treppiedi. La nitidezza, la precisione dell’inquadratura che può essere studiata con calma sono evidenti vantaggi che si hanno grazie al treppiedi. Anche nel caso in cui si debba utilizzare teleobiettivi molto spinti, salvo situazioni dinamiche, può essere di grande aiuto. Certo è che in alcune situazioni l’utilizzo dello stabilizzatore sicuramente offre maggiore libertà di movimento per il fotografo, come nel caso della fotografia naturalistica; ma in altri casi il treppiedi è ancora senza dubbio la scelta migliore, ad esempio nelle fotografie notturne o di paesaggio. Ma non solo, anche le fotografie architettoniche richiedono un’elevata nitidezza, così come la macrofotografia e anche il ritratto. Ciò non vuol dire che senza il treppiedi non si possono fare foto di questi generi, ma che è molto probabile che non si ottenga lo stesso risultato; infatti, in linea di massima, con tempi più lunghi di 1/250 di secondo la nitidezza inizia a calare, anche se non sarà così evidente a meno di grossi ingrandimenti. Ovviamente nessuno ci vieta di scattare con tempi più lunghi, anzi spesso e volentieri tutti noi, dall’amatore che utilizza una semplice compatta al professionista, scattiamo senza il treppiedi con tempi anche di 1/60 di secondo, se non inferiori; l’importante è sapere ciò a cui si va incontro.In queste pagine prendiamo ad esempio alcune situazioni, le più comuni, per confrontare i risultati ottenuti, con le stesse impostazioni di scatto, con il treppiedi, con lo stabilizzatore integrato nell’obiettivo e con lo stabilizzatore nella fotocamera.</p>
<p><em>di Luca Forti</em></p>
<p><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/Sfida-da-fermo.pdf">Leggi l&#8217;articolo intero in pdf</a></p>
<p>© Editrice Reflex Srl
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		<title>I Picture Style</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 16:15:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scatti digitali, a colori. Ma con quali colori? Adoperiamo gli stili fotografici per personalizzare le nostre immagini Quando scattiamo fotografie digitali, decidiamo di solito di registrare in formato JPEG+RAW. Sono due formati comodi, per differenti motivi: quello JPEG comporta un effetto di compressione dei dati e permette un’elevata autonomia, come numero di scatti. Quello RAW consente [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><em><strong><span style="color: #ff0000;">Scatti digitali, a colori. Ma con quali colori? Adoperiamo gli stili fotografici per personalizzare le nostre immagini</span></strong></em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3536" title="10_picture_style" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/10_picture_style-300x199.jpg" alt="" width="210" height="139" />Quando scattiamo fotografie digitali, decidiamo di solito di registrare in formato JPEG+RAW. Sono due formati comodi, per differenti motivi: quello JPEG comporta un effetto di compressione dei dati e permette un’elevata autonomia, come numero di scatti. Quello RAW consente di intervenire anche in un secondo tempo, in studio, per modificare le impostazioni che non erano state scelte con accuratezza all’atto della ripresa o che, in un secondo tempo, si sia deciso che sarebbe stato meglio se fossero state diverse (ad esempio un differente bilanciamento cromatico (luce diurna, tungsteno, ombra scoperta, flash, luce fluorescente e così via).In entrambi i casi, i progettisti hanno però tenuto aperta la possibilità di impostare, all’interno delle fotocamere, interessanti regolazioni di personalizzazione. Alcune sono presenti, anche se non sempre, pure su fotocamere digitali compatte. Nei menu delle macchine si vedono infatti regolazioni denominate ad esempio Effetto colore, una taratura che ad esempio può essere impostata su Off, Cool, Warm, B/W, Sepia. Oppure impostazioni del tipo Regolazione immagine, cioè un’azione che può essere regolata sui parametri di Contrasto, Nitidezza, Saturazione, Riduzione rumore (ciascuna di queste voci, al suo interno, può essere impostata su High, Standard, Low). Sono interventi interessanti. Altre personalizzazioni sono presenti sulle fotocamere digitali reflex.</p>
<p><em>di Maurizio Capobussi</em></p>
<p><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/I-Picture-Style.pdf">Leggi l&#8217;articolo intero in pdf</a></p>
<p>© Editrice Reflex Srl
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		<title>Lezioni lampo</title>
		<link>http://www.reflex.it/lezioni-lampo/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 16:09:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Impariamo ad usare bene il flash separato. Schemi ed esempi per usare la luce in modo creativo Spesso lo si compra per abitudine, tanto per completare il corredo. In realtà il flash è un accessorio importante quanto uno degli obiettivi di base. Con lo stesso ragionamento, in molti, dopo averlo comprato, lo lasciano a casa [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><em><strong><span style="color: #ff0000;">Impariamo ad usare bene il flash separato. Schemi ed esempi per usare la luce in modo creativo</span></strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em><img class="alignleft size-medium wp-image-3530" title="10_flash" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/10_flash-200x300.jpg" alt="" width="120" height="180" /></em></strong></span>Spesso lo si compra per abitudine, tanto per completare il corredo. In realtà il flash è un accessorio importante quanto uno degli obiettivi di base. Con lo stesso ragionamento, in molti, dopo averlo comprato, lo lasciano a casa in attesa del momento in cui potrà tornare utile (festa, cerimonia e comunque foto al buio) senza sapere che può essere utilizzato in mille altri modi anche di giorno.Il problema principale è che non si conoscono pienamente le possibilità che il flash ci offre nella “scrittura della luce”. In fondo, se ci pensiamo bene, basterebbe aumentare di uno stop gli Iso per “raddoppiare” il numero guida del flash incorporato. Questa “equazione”, il più delle volte, fa apparire superfluo l’acquisto di tale accessorio.Ma fermiamoci per un istante, apriamo la borsa del corredo e guardiamo da cosa è composto. La reflex c’è. Bene. Gli obiettivi? Kit, macro, tele, zoom dall’escursione da film di fantascienza, fissi, grandangolo e basculante… sì, sì, ci sono tutti. In più, nelle tasche laterali troviamo anche una manciata di schede, il kit di sopravvivenza antipolvere, un lettore di schede per il backup, il battery grip e un paio di batterie di scorta.In bella mostra, allacciato saldamente alla nostra borsa troviamo anche il treppiedi con tanto di testa snodata.Sembrerebbe non mancare nulla, o almeno, nulla degli elementi “passivi” della fotografia. Ma se non vogliamo “passivamente” subire la luce ambiente cosa dobbiamo fare? La prima risposta è stata data dalla Minolta agli inizi degli anni ’90 con il primo sistema wireless, ossia di controllo senza fili dei flash separati. Certo, nulla a che vedere con le potenzialità offerte dai moderni sistemi di oggi ma il grande passo per l’umanità fotografica era compiuto.</p>
<p><em>di Massimiliano Angeloni</em></p>
<p><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/Lezioni-lampo.pdf">Leggi l&#8217;articolo completo in pdf</a></p>
<p>© Editrice Reflex Srl
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		<title>I segreti Del Raw</title>
		<link>http://www.reflex.it/i-segreti-del-raw/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 10:46:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il “negativo digitale” ha molte qualità positive. Ecco come funziona e come si sviluppa. Una introduzione Si è detto di tutto. Che sia una lettura “da serve” e che è stato un fenomeno culturale più importante del neorealismo. Che sia stato una trasgressione dei valori perbenisti, ma anche fondamentale per l’alfabetizzazione dell’Italia della ricostruzione. Che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Il “negativo digitale” ha molte qualità positive. Ecco come funziona e come si sviluppa. Una introduzione</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><strong></strong></em></span><br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-3508" title="10_raw" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/10_raw-300x187.jpg" alt="" width="240" height="150" />Si è detto di tutto. Che sia una lettura “da serve” e che è stato un fenomeno culturale più importante del neorealismo. Che sia stato una trasgressione dei valori perbenisti, ma anche fondamentale per l’alfabetizzazione dell’Italia della ricostruzione. Che sia una lettura popolare e di intrattenimento e che sia stata l’unica capace di anticipare e descrivere i rapidi mutamenti della società. Insomma&#8230; si è detto tutto e il contrario di tutto in questi sessant’anni trascorsi da quando è apparso per la prima volta, ma una cosa è certa: il fotoromanzo è stato, è, e resterà una realtà che ha contribuito, in modo significativo, a modificare, rispecchiare e narrare una fetta del costume italiano.Personalmente non ci viene in mente un altro fenomeno culturale continuativo in cui la fotografia abbia assunto un valore così determinante nel succedersi delle generazioni. Non sarà fotografia intesa come massima espressione visiva e artistica, non sarà fotografia intesa come romantica o cruda descrizione di fatti e avvenimenti, ma non c’è altra applicazione in cui la fotografica abbia avuto una continuità e una capacità narrativa così predominante da imporsi pagina dopo pagina, generazione dopo generazione, cambiamento dopo cambiamento.Ma cosa è oggi il fotoromanzo, come si è modificato e adattato ai tempi e, soprattutto, cosa significa essere fotografo di fotoromanzi nell’era del digitale? Per questo motivo siamo andati a vedere come lavora la casa di produzione The Best che realizza i fotoromanzi per la storica testata Grand Hotel.Certo dai primi quadri a fumetti degli anni 40 ai moderni processi produttivi della fotografia moderna ne è passata di acqua sotto i ponti. Così come per il cinema, sono evoluti il modo e i mezzi con cui la lavorazione viene eseguita ma le basi e la costruzione sono rimaste invariate.</p>
<p><em>di Eugenio Martorelli</em></p>
<p><a href="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/Ripresa_Raw.pdf">Leggi l&#8217;articolo completo in pdf</a></p>
<p>© Editrice Reflex Srl
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		<title>Le modalità scena &#8211; di Luca Forti</title>
		<link>http://www.reflex.it/le-modalita-scena-di-luca-forti/</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 09:18:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>

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		<description><![CDATA[Servono e funzionano davvero, o è meglio imparare a scattare manualmente? La tecnologia corre ad un ritmo frenetico, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo presentato in qualche angolo di mondo, dagli occhiali per vedere i film, all’orologio con fotocamera e cellulare integrati e tanto altro. Cosa si può aspettare per il prossimo futuro all’interno delle fotocamere? Diventa [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><em><span style="color: #ff0000;">Servono e funzionano davvero, o è meglio imparare a scattare manualmente?<br />
</span></em></p>
<div id="_mcePaste"><img class="alignleft size-full wp-image-3478" title="scene" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/scene.jpg" alt="" width="179" height="149" />La tecnologia corre ad un ritmo frenetico, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo presentato in qualche angolo di mondo, dagli occhiali per vedere i film, all’orologio con fotocamera e cellulare integrati e tanto altro.</div>
<div id="_mcePaste">Cosa si può aspettare per il prossimo futuro all’interno delle fotocamere? Diventa davvero difficile immaginare quali altre incredibili funzioni possano essere implementate alle numerose già esistenti. Si passa dal Face Detection al Face Recognition, quindi dal semplice rilevamento di uno o più volti nella scena al riconoscimento di una persona già fotografata precedentemente; ma ora esiste anche lo Smile Shot, il Blink Shot piuttosto che il Beauty Shot, tutte funzioni che secondo le case produttrici dovrebbero aiutare il fotografo ad ottenere risultati migliori. Un mondo tutto da scoprire è proprio quello rappresentato dalle ormai famosissime modalità scena. Che cosa sono, a cosa servono, o meglio, servono davvero?</div>
<div id="_mcePaste">Nascono come impostazioni di scatto già predefinite all’interno della macchina per determinate situazioni: all’inizio c’era la modalità panorama, quella ritratto e quella macro, poi con il continuo evolversi della tecnologia sono aumentate anche le modalità scena, aggiungendo quelle per le foto sportive, per gli scatti  sulla neve o sulla sabbia, per i fuochi d’artificio, passando per quelle dei cibi, dei bambini, dei testi e tante altre ancora. Ma quello che viene da chiedersi è se davvero servano o se siano semplicemente il classico specchietto per le allodole per attirare un pubblico più vasto. La domanda è lecita visto che ormai la maggior parte di fotocamere, anche reflex escluse quelle considerate professionali, sono dotate delle modalità scena. Per quanto riguarda le compatte, in particolare quelle entry-level sono sicuramente un aiuto, visto il pubblico a cui mirano, cioè chi non ha molta esperienza nella fotografia e non saprebbe come impostare correttamente la fotocamera per una determinata situazione. Ma possono davvero tornare utili ad un fotografo più esperto?</div>
<div id="_mcePaste">Il prossimo passo quale sarà? La macchina fotografica che inquadra, mette a fuoco e scatta senza bisogno di fare assolutamente nulla? Tutta questa tecnologia che avanza, se da un parte fa paura, dall’altra offre davvero a tutti la possibilità di utilizzare le nuove fotocamere digitali senza alcun problema.</div>
<div id="_mcePaste">La fotocamera che abbiamo utilizzato per provare le modalità scena è una reflex entry-level, la Samsung GX 1L, dotata di sensore da 6 milioni di pixel utilizzata con il suo obiettivo standard, il 18-55mm f/3,5-5,6.</div>
<div id="_mcePaste">Il test che abbiamo voluto effettuare per verificare il reale funzionamento delle modalità scena è stato sviluppato in maniera molto semplice: abbiamo scattato una serie di tre fotografie per situazione, la prima con la fotocamera impostata sulla modalità scena, la seconda in automatico e la terza in manuale. Le scene che abbiamo preso in considerazione sono le più comuni, quindi la macro, il ritratto, la fotografia di paesaggio, la fotografia sportiva e la foto notturna.</div>
<div id="_mcePaste">Senza ombra di dubbio la modalità scena che è risultata più utile è la macro e non solo perché consente una messa a fuoco molto ravvicinata ed offre buoni risultati. In linea generale, si può dire che le modalità scena non sbagliano le impostazioni di scatto, anche se sicuramente in molte situazioni un fotografo con una certa esperienza può ottenere risultati di gran lunga migliori lavorando in modalità manuale. I risultati ottenuti con le modalità scena preimpostate lasciano un po’ a desiderare in quanto a resa dei dettagli e dei colori, ma nonostante ciò offrono sicuramente una resa accettabile; possono  dunque essere una garanzia di riuscita per le fotografie che si scattano quando non si ha una buona conoscenza della tecnica fotografica e potendo essere così un punto di partenza per chi si avvicina per la prima volta alla fotografia. Senza dubbio, quindi, tutte le macchine fotografiche dotate di modalità scena sono adatte anche ai neofiti della foto, ed anzi, possono rappresentare un incentivo ad acquistare una reflex con la quale prendere confidenza attraverso le modalità scena per poi imparare ad usare la fotocamera manualmente.</div>
<p>La tecnologia corre ad un ritmo frenetico, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo presentato in qualche angolo di mondo, dagli occhiali per vedere i film, all’orologio con fotocamera e cellulare integrati e tanto altro. Cosa si può aspettare per il prossimo futuro all’interno delle fotocamere? Diventa davvero difficile immaginare quali altre incredibili funzioni possano essere implementate alle numerose già esistenti. Si passa dal Face Detection al Face Recognition, quindi dal semplice rilevamento di uno o più volti nella scena al riconoscimento di una persona già fotografata precedentemente; ma ora esiste anche lo Smile Shot, il Blink Shot piuttosto che il Beauty Shot, tutte funzioni che secondo le case produttrici dovrebbero aiutare il fotografo ad ottenere risultati migliori. Un mondo tutto da scoprire è proprio quello rappresentato dalle ormai famosissime modalità scena. Che cosa sono, a cosa servono, o meglio, servono davvero?Nascono come impostazioni di scatto già predefinite all’interno della macchina per determinate situazioni: all’inizio c’era la modalità panorama, quella ritratto e quella macro, poi con il continuo evolversi della tecnologia sono aumentate anche le modalità scena, aggiungendo quelle per le foto sportive, per gli scatti  sulla neve o sulla sabbia, per i fuochi d’artificio, passando per quelle dei cibi, dei bambini, dei testi e tante altre ancora. Ma quello che viene da chiedersi è se davvero servano o se siano semplicemente il classico specchietto per le allodole per attirare un pubblico più vasto. La domanda è lecita visto che ormai la maggior parte di fotocamere, anche reflex escluse quelle considerate professionali, sono dotate delle modalità scena. Per quanto riguarda le compatte, in particolare quelle entry-level sono sicuramente un aiuto, visto il pubblico a cui mirano, cioè chi non ha molta esperienza nella fotografia e non saprebbe come impostare correttamente la fotocamera per una determinata situazione. Ma possono davvero tornare utili ad un fotografo più esperto? Il prossimo passo quale sarà? La macchina fotografica che inquadra, mette a fuoco e scatta senza bisogno di fare assolutamente nulla? Tutta questa tecnologia che avanza, se da un parte fa paura, dall’altra offre davvero a tutti la possibilità di utilizzare le nuove fotocamere digitali senza alcun problema.La fotocamera che abbiamo utilizzato per provare le modalità scena è una reflex entry-level, la Samsung GX 1L, dotata di sensore da 6 milioni di pixel utilizzata con il suo obiettivo standard, il 18-55mm f/3,5-5,6. Il test che abbiamo voluto effettuare per verificare il reale funzionamento delle modalità scena è stato sviluppato in maniera molto semplice: abbiamo scattato una serie di tre fotografie per situazione, la prima con la fotocamera impostata sulla modalità scena, la seconda in automatico e la terza in manuale. Le scene che abbiamo preso in considerazione sono le più comuni, quindi la macro, il ritratto, la fotografia di paesaggio, la fotografia sportiva e la foto notturna.Senza ombra di dubbio la modalità scena che è risultata più utile è la macro e non solo perché consente una messa a fuoco molto ravvicinata ed offre buoni risultati. In linea generale, si può dire che le modalità scena non sbagliano le impostazioni di scatto, anche se sicuramente in molte situazioni un fotografo con una certa esperienza può ottenere risultati di gran lunga migliori lavorando in modalità manuale. I risultati ottenuti con le modalità scena preimpostate lasciano un po’ a desiderare in quanto a resa dei dettagli e dei colori, ma nonostante ciò offrono sicuramente una resa accettabile; possono  dunque essere una garanzia di riuscita per le fotografie che si scattano quando non si ha una buona conoscenza della tecnica fotografica e potendo essere così un punto di partenza per chi si avvicina per la prima volta alla fotografia. Senza dubbio, quindi, tutte le macchine fotografiche dotate di modalità scena sono adatte anche ai neofiti della foto, ed anzi, possono rappresentare un incentivo ad acquistare una reflex con la quale prendere confidenza attraverso le modalità scena per poi imparare ad usare la fotocamera manualmente.</p>
<p style="text-align: center;">MACRO</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Questa è la modalità in cui la Samsung GX 1L ha ottenuto i migliori risultati. Infatti la profondità di campo risulta limitata al soggetto, con uno stacco dei piani buono che mette ben in evidenza il fiore fotografato; buono anche il contrasto e la resa dei dettagli, abbastanza ricca. Non è un caso, infatti, anche sulle più piccole compatte i risultati più apprezzabili si ottengo con questo programma predefinito.</p>
<p style="text-align: left;">Scegliendo questa modalità si ha anche la possibilità di avvicinarsi molto al soggetto da fotografare, cosa che in modalità automatica o manuale non è possibile; per tale motivo, le tre riprese sono state effettuate dalla distanza minima a cui la fotocamera, in manuale, è stata in grado di mettere a fuoco, in tutti i casi con l’ausilio di un treppiedi.</p>
<p style="text-align: left;">C’è da dire, però, che in manuale avendo la possibilità di scegliere il diaframma secondo noi più adatto abbiamo ottenuto la migliore resa del dettaglio, infatti, impostando la fotocamera ad f/16 con un tempo di scatto più lungo, 1/8 di secondo, di quanto invece non sia stato quello scelto dal processore interno alla fotocamera, si ha un contrasto maggiore che determina una maggiore precisione anche degli elementi più piccoli. In questo caso però la profondità è più estesa e la bocca di leone non salta fuori quanto invece succede negli altri due casi.  Anche in automatico il risultato è abbastanza buono, infatti, il processore interno alla fotocamera percepisce che si tratta di una ripresa ravvicinata e simula quanto più possibile la modalità macro. Le differenze non sono infatti tante, ma si può notare che nei particolari c’è meno definizione ed anche i colori sono meno fedeli alla realtà. La modalità macro ha quindi alcuni vantaggi rispetto all’utilizzo in manuale, anche se scegliere il diaframma può fare la differenza.</p>
<p style="text-align: left;">Scena: 1/30 sec, f/8, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3463" title="macro scena" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/macro1-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" /></p>
<p style="text-align: left;">Auto: 1/20 sec, f/8, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3464" title="macro auto" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/macro2-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></p>
<p style="text-align: left;">Manuale: 1/8 sec, f/16, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3465" title="macro manuale" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/macro3-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></p>
<p style="text-align: center;">RITRATTO</p>
<p style="text-align: left;">Una delle situazioni più comuni nella fotografia è quella del ritratto. Tutti quelli che possiedono una fotocamera sicuramente almeno una volta si sono ritrovati a fotografare il proprio figlio, piuttosto che amici o parenti. Utilizzando il programma scena del ritratto i risultati sono soddisfacenti, anche se i piani non risultano staccati in maniera evidente in modo da far risaltare il più possibile il soggetto fotografato. Nel nostro caso ci siamo trovati difronte ad un ritratto di una figura intera con uno sfondo poco uniforme, quindi non proprio una situazione facile da gestire per la macchina fotografica. Tra la neve, gli alberi ed il colore acceso della giacca riuscire a bilanciare il tutto in maniera corretta è difficile, ed infatti, nello scatto effettuato con la modalità scena impostata su ritratto si vede una notevole presenza di magenta, sia nella giacca che risulta molto più rossa che nella realtà, sia sullo sfondo dove i rami secchi lungo il torrente non sono più marroni. In automatico l’effetto è simile, ma meno accentuato, e lo si può vedere soprattutto sull’incarnato. Per quanto riguarda invece l’ultimo scatto della serie, quello effettuato impostando la fotocamera in manuale, ci troviamo di fronte ad una foto sicuramente meglio bilanciata, anche se posta a confronto con le due precedenti possa sembrare ad un occhio poco esperto “scolorita”. Ma non è così, anzi, è senza dubbio lo scatto che ha riportato più fedelmente i colori reali, la giacca arancione, gli alberi ben verdi e i rami secchi senza dominanti rosse.</p>
<p style="text-align: left;">Scena: 1/350 sec, f/13, 400 Iso.                   Manuale: 1/500 sec, f/13, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3466" title="ritratto scena" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/ritratto1-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /> <img class="alignnone size-medium wp-image-3467" title="ritratto manuale" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/ritratto2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></p>
<p style="text-align: left;">Auto: 1/750 sec, f/11, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3468" title="ritratto auto" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/ritratto3-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: center;">PANORAMA</p>
<p style="text-align: left;">Ancora una volta le problematiche maggiori riscontrate negli scatti effettuati con la modalità scena sono dovuti alla presenza di una dominante. Ed ancora una volta magenta. Nel primo scatto, quello in modalità panorama, possiamo notare come la profondità di campo sia molto estesa, anche le cime degli alberi in basso sono ben distinguibili le une dalle altre, così come si vedono abbastanza bene gli alberi più lontani sulla sinistra, che non risultano un macchina uniforme di colore. Ciò è sicuramente un punto a favore della modalità scena, ma di contro c’è da dire che invece l’albero in primo piano non è così ricco di dettagli come dovrebbe e che la dominante magenta è evidente e fastidiosa. Lo scatto in automatico offre un bilanciamento del colore migliore, basti guardare il verde dell’abete in primo piano, a confronto con quello della foto sopra, ed anche in quanto a nitidezza il risultato è migliore rispetto a quello della modalità scena. Anche lo sfondo è abbastanza ricco di dettagli, però anche in questa fotografia è presente una leggera dominante magenta. Dominante che sparisce nello scatto in manuale, che senza ombra di dubbio è quello più fedele alla realtà, oltre che quello più nitido, sia sugli elementi in primo piano sia su quelli più lontani. In questo scatto, infatti, l’aiuto di un diaframma impostato ad f/16 ed un tempo di scatto più breve permette di cogliere meglio i dettagli, come le singole punte dell’abete, anche quelle più vicino al tronco che dovrebbero essere le più scure.</p>
<p style="text-align: left;">Scena: 1/1000 sec, f/11, 400 Iso.<br />
<img class="alignnone size-medium wp-image-3469" title="panorama scena" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/panorama1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: left;">Auto: 1/800 sec, f/11, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3470" title="panorama auto" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/panorama2-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: left;">Manuale: 1/500 sec, f/16, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3471" title="panorama manuale" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/panorama-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: center;">SPORT</p>
<p style="text-align: left;">In mano non abbiamo una fotocamera prettamente indicata per le fotografie sportive, però lungo una discesa le biciclette raggiungo delle discrete velocità; fermarle ottenendo una foto a fuoco e nitida può non essere facile. La modalità scena in questo caso pecca un po’ in nitidezza e contrasto, ma sui colori questa volta è abbastanza fedele, con una leggera tendenza la giallo.In automatico il contrasto è fin troppo elevato, invece, tanto da non permettere di distinguere neanche una piega sulla felpa nera. Inoltre, anche in questo caso è presente una dominante gialla, più evidente che nel caso della modalità sport. In manuale, infine, la neve sullo sfondo è risultata sovraesposta, ma il soggetto è a fuoco e sufficientemente nitido. Ancora una volta, però, la differenza maggiore è data dal fatto che non si notano dominanti di nessun tipo.</p>
<p style="text-align: left;">Scena: 1/1500 sec, f/8, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3472" title="sport scena" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/sport1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: left;">Auto: 1/500 sec, f/13, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3473" title="sport scena" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/sport2-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: left;">Manuale: 1/1000 sec, f/8, 400 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3474" title="sport manuale" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/sport3-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: center;">NOTTURNO</p>
<p style="text-align: left;">La foto nottura è sempre delicata, soprattutto quando non si ha la possibilità di utilizzare un treppiede e tempi di scatto lunghi. In questi casi il programma scena dedicato alle situazioni di scarsa illuminazione o notturne risulta un ottimo aiuto. Infatti, nel nostro caso, abbiamo scattato delle fotografie poco dopo il tramonto, con pochissima luce e senza flash, a questi caprioli. Difficile quindi poter contare su un soggetto in posa! In modalità notturna il risultato è soddisfacente, certo con un obiettivo con una maggiore apertura il risultato sarebbe stato ancora migliore, ma comunque il piccolo capriolo è ben a fuoco anche se ancora troppo scuro. Non si può dire lo stesso, né per lo scatto in automatico né per quello in manuale infatti, in entrambi i casi i nostri soggetti sono mossi. In manuale si può lavorare aumentando la sensibilità, però si rischia di creare del rumore che renderebbe poco leggibile la foto.</p>
<p style="text-align: left;">Scena: 1/15 sec, f/5,6, 800 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3475" title="notturno scena" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/notturno1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: left;">Auto: 1/8 sec, f/5,6, 800 Iso.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-medium wp-image-3476" title="notturno auto" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/notturno2-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: left;">Manuale: 1/10 sec, f/5,6, 800 Iso.</p>
<p><img class="alignnone size-medium wp-image-3477" title="notturno manuale" src="http://www.reflex.it/wp-content/uploads/2010/10/notturno3-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></p>
<p>Fotografia Reflex, Maggio 2009
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